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venerdì 16 dicembre 2022

Belcanto Italiano "Junior" Academy nel "cuore" dell'Emilia

Vi aspettiamo nel "cuore" dell'Emilia:

Belcanto Italiano "Junior" Academy a Reggio Emilia!
 
- Impostazione della voce
- Respirazione - Musica d'insieme
- teoria e solfeggio per i più piccoli
- Saggi con concerti operistici e all'interno di opere
 
Studio tecnico-vocale approfondito, arte scenica e gestualità, pratica di palcoscenico, con insegnanti selezionati
 
Info (Tel/WhatsApp): 348 2236390 - 347 5853253

sabato 1 ottobre 2022

Lezione introduttiva di Beniamino Gigli - Londra, dicembre 1946

Introductory Lesson by Beniamino Gigli - London, December 1946

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il grande tenore recanatese - artista del Metropolitan dal 1920 al 1932 - si trovava nel novembre 1946 a Londra per interpretare Rodolfo nella "Bohème" pucciniana al Covent Garden. Tenne anche più concerti all'Albert Hall londinese nel medesimo mese, ritornandovi a cantare anche il 15 dicembre dello stesso anno. In quel periodo dette una 'lezione sul canto lirico' alla quale era presente anche Herbert-Caesari, che fu compagno di studi di Gigli a Santa Cecilia in Roma, nella classe del celebre baritono Antonio Cotogni (negli anni 1907-1911). Ecco quel che espose in italiano, come sappiamo dalla trascrizione di Caesari stesso in lingua inglese (riportato nel libro "The Voice of the Mind" del 1951). Buona lettura e riflessione a tutti!


Lezione introduttiva di Beniamino Gigli, Londra dicembre 1946

("Introductory Lesson by Beniamino Gigli, London December 1946" - Trad. it., dall'inglese, di Mattia Peli - Pres. del CISBI, Centro Internazionale di Studi per il Belcanto Italiano "Beniamino e Rina Gigli" di Recanati)

--> http://belcantogigli.blogspot.com/2015/07/beniamino-gigli-spiega-la-tecnica.html

VOCALI ITALIANE E SUONI VOCALICI

Tutti i celebri cantanti del passato, non italiani, come Sims Reeves, Charles Santley, Emma Albani, Marcella Sembrich, Nellie Melba, Victor Maurel, Marcel Journet, Dinh Gilly, ed altri, non solo erano ben al corrente della lingua italiana ma sapevano per esperienza che le cosiddette vocali italiane A, E, I, O, U (o meglio, le cinque vocali come concepite e pronunciate dagli italiani) costituiscono la "vera base" della voce e del canto, cioè, del Bel Canto. Tutti loro sapevano che per cantare bene è indispensabile una solida conoscenza dell'Italiano - vale a dire una conoscenza della lingua così come parlata dagli italiani stessi, una lingua che non conosce altri suoni vocalici che quelli sopramenzionati (e naturalmente le modificazioni di questi), che non presenta comunque suoni nasali, gutturali e duri. L'italiano parla con queste cinque vocali sia nella loro forma più pura che con leggere modificazioni di queste ai fini di maggiore espressione ed accentuazione, a seconda delle circostanze. Inoltre, la concezione italiana di queste cinque vocali in relazione alla propria lingua parlata esige imperativamente che queste siano prodotte su base chiara e scorrevole. 


Un buon cantante italiano - un prodotto della vera Scuola, l'unica e sola, "parla" come canta, per quanto riguarda le suddette cinque vocali pure e fluide, che per ragioni di convenienza sono chiamate italiane, o classiche, ma che di fatto si trovano praticamente in ogni lingua dei popoli civilizzati e non civilizzati, sebbene non sempre, o potremmo dire raramente, se non per niente, con la medesima purezza di forma, colori e accentuazione nota all'italiano.
Anch'io condivido l'opinione che il buon canto deve essere basato sulle 5 vocali a, e, i, o, u, nella loro forma più pura, e nelle modificazioni di queste.

Ora per quanto riguarda la formazione di queste vocali in relazione al canto devo mettere in luce  un fattore estremamente importante, cioè: l'assoluta necessità di concepire "mentalmente" in anticipo il suono vocalico e il suo colore o timbro, in forma pura o modificata, che si voglia o si stia per produrre. In altre parole, "ogni suono vocalico dev'essere formato mentalmente e dotato mentalmente del colore richiesto", a seconda delle circostanze, "prima" d'essere fisicamente prodotto su base spontanea e naturale, e in maniera fluida e sciolta. Certi metodi mirano ad una produzione vocalica molto enfatizzata unicamente su base fisica e senza nessuna forma e colorazione "mentale" data anticipatamente. Cosa che può solamente condurre a forme grossolanamente esagerate con conseguente irrigidimento, nel grado, delle parti utilizzate in tale produzione; il prodotto tonale ne soffre di conseguenza. Qualsiasi suono vocalico esageratamente enfatizzato stringe la gola; e sicuramente un tono che scaturisce da una regolazione e impostazione bloccate, per quanto minima possa essere la costrizione, non potrà mai essere spontaneo, armonioso ed espressivo, figuriamoci se bello

Al contrario, il fatto stesso di concepire "mentalmente", e "formare mentalmente" e colorare "ogni suono vocalico" da cantarsi (in forma pura o modificata a seconda di ciò che si deve esprimere) "prima" di produrlo, provoca movimenti semplici e spontanei (naturali) delle parti coinvolte. "Questo è ciò che io stesso ho sempre fatto e ciò che consiglio ad ogni cantante di fare". E se il cantante o la cantante non sono abituati a questo lavoro mentale di preparazione, non avendo ricevuto un tal insegnamento, vorrei sinceramente consigliargli di iniziare subito a coltivare questa abitudine di importanza vitale. Questa esige soltanto un'intensa attenzione vigile per un certo periodo di tempo. Con paziente e perseverante pratica, il pensiero e l'azione si fondono assieme, un atto istantaneo che avviene in una frazione di secondo.
Quando si deve passare da una vocale ad un'altra sulla stessa nota, o su un intervallo, è necessario, perfino imperativo, evitare ogni cambiamento brusco e improvviso della forma interna e dell'impostazione di un tono. Per quanto riguarda le note acute posso dire che il passaggio da una vocale all'altra (o, diciamo, a tutte le vocali consecutivamente una dopo l'altra) sulla medesima altezza di tono, per esempio, viene sentito appena; in altre parole, la differenza di posizione del tono 'messo a fuoco' nella cavità di risonanza tra una vocale e la successiva è così lieve da essere appena percepibile.


Le vocali "I" ed "E", "O" e "U", sono suoni stretti, nel grado, su note medie basse e più basse. Ma una volta che noi siamo su altezze di tono acute dev'essere dato loro ampio spazio per svilupparsi, proprio come se fossero della stessa "apertura" della vocale A. Il quale approvvigionamento di spazio, necessario ai fini dell'amplificazione tonale, viene fatto primariamente con la "mente" e la "volontà" del cantante (cervello e volontà).
È tutta una questione di pensiero e di volontà esercitati e sviluppati per un certo lasso considerevole di tempo dal cantante, prima durante i suoi studi e poi sulla scena teatrale o sul palco da concerto.
La vocale "I", in particolare, è un suono molto più stretto della "A" quando prodotta su note medie basse e più basse; di conseguenza questa né possiede né può essere dotata della medesima amplificazione che ha quest'ultima, la lettera A, su questi toni bassi.
Al contrario, quando cantata su una nota alta o di testa, alla vocale "I" può, e dovrebbe, essere dato lo stesso spazio per l'amplificazione tonale della "A".
Vedete, il passaggio da una vocale all'altra viene fatto soprattutto MENTALMENTE e senza nessuno sforzo fisico diretto e voluto in tal senso. Non mi soffermo sulla forma fisica, ma primariamente su quella mentale e sulla fluida fusione di vocale in vocale internamente. Quando il pensiero viene correttamente stabilito, la parte fisica reagisce e si regola di conseguenza con ugual precisione. Il mio canto, prima di tutto, io lo "creo nella mia mente". "Dev'essere così". Dopotutto, qualsiasi cosa al mondo è un prodotto del pensiero, umano e divino; tutte le cose fatte dall'uomo sono il risultato del pensiero, un concetto mentale. E la FORMA del suono vocalico gioca un ruolo estremamente importante.

Da parte mia, non insegnerei o raccomanderei a tutti i tenori di produrre alcuni di questi toni aperti. Ogni cantante, a qualsiasi categoria egli appartenga, maschio o femmina, è in un certo senso una legge a sé stesso da questo punto di vista perché, considerando le variazioni individuali nella struttura e nella vera e propria qualità e grado di flessibilità ed adattabilità delle parti mobili coinvolte nella forma interna, non tutte le voci, anzi in poche vi riescono, si prestano così prontamente a certe sfumature di tono. Di conseguenza, ogni cantante deve sperimentare sulla propria voce, preferibilmente con l'aiuto di un insegnante veramente preparato (ahimè, così pochi oggigiorno), quanto o quanto poco egli possa "aprire" una vocale A, od O, od E su un'altezza di tono medio alta, o su talune note acute, senza degenerare nell'appariscenza sfacciata del tono, nel quale la volgarità è proprio dietro l'angolo

 
Questa è una questione assolutamente personale e può essere risolta solo individualmente. Non ci dev'essere mai nessuna imitazione servile di nessuno. Poi ancora, l'impiego di questi toni aperti deve essere guidato e dipendere dal momento psicologico, quale emozione deve venire espressa, e che cosa deve rappresentare il cantante anche con una sola nota. Qui, la vocale e la sua colorazione (modificazione) è la base e la CHIAVE della situazione, come infatti lo è per tutte le situazioni vocali. Lo studente tenga costantemente a mente questo fattore estremamente importante. Un meccanismo vocale correttamente bilanciato insegna al cantante stesso fino a un buon punto, quanto il tono può o non può essere "aperto", e giusto quanto questo dovrebbe essere "concentrato" (raccolto), o chiuso (arrotondato) per evitare l'appariscenza sfacciata d'esso.
Quando il meccanismo vocale è corretto e il cantante sa veramente "cosa" fare, il "come" ed il "perché", non ci dovrebbero essere difficoltà nel produrre una nota acuta con qualsiasi vocale.

FUNZIONAMENTO DELLA RESPIRAZIONE NEL CANTO LIRICO

Per quanto riguarda il respiro in relazione al canto, vorrei sottolineare che quando la produzione non è corretta può esserci un respiro non bilanciato, un dosaggio o controllo della fuoriuscita di fiato non accurato, inadeguato per sostenere la posizione del tono stesso; in questo caso, il cantante deve far ricorso ad un grosso sforzo muscolare.
La base del "serbatoio" del fiato è il diaframma; e l'esatto dosaggio della fuoriuscita del fiato per produrre, sostenere e alimentare un dato tono secondo l'idea e il volere ('pensiero e volontà') del cantante, dipende primariamente (fondamentalmente) dalla corretta azione del diaframma e secondariamente (e ausiliare estremamente importante) dall'azione delle costole inferiori o "fluttuanti". Quando un tono vocalizzato non è ben posizionato o ben messo, sia esso F o P, quando non è correttamente sostenuto dal fiato ('appoggiato') e "accordato" con esso, dà un'impressione ciondolante ('a ciondolone'), presenta una monotonia e fiacchezza tonale che sicuramente manca di carattere e di qualità comunicative; avrà poca o nessuna espressione ed "attitudine".
Con questi toni, specialmente nel canto a "mezzavoce", il fiato fuoriesce insieme al flusso tonale, diluendolo e indebolendolo. Come risultato l'intera frase non può essere completata adeguatamente per mancanza di fiato, essendosene perso molto in questo modo, senza giovarne il tono. Ogni tono deve essere ben posizionato, sostenuto ('appoggiato') e accordato col resto. E il pensiero e la volontà del cantante contribuiscono positivamente e in non minor misura a questo posizionamento e sostegno tonale. Senza un posizionamento e sostegno bilanciati nessun tono può in alcun modo avere o essere dotato di colore, accento, ed espressione; di conseguenza sarà più o meno "morto". Al contrario, ogni tono prodotto deve essere dotato di vita colorata in esatto grado ('in giusta misura') a seconda delle circostanze.

Vieni e stai davanti a me. Guarda come prendo fiato. Metti qui le tue mani. Senti come è abbassato il mio diaframma durante l'inspirazione (perciò spingendo in fuori la parete addominale) e come l'espansione delle costole laterali completa l'azione. Senti ancora come la parete addominale ha ora qualcosa di infossato all'interno (in conseguenza all'espansione obliqua delle costole inferiori) e come tutto è "flessibile". Nota in particolare che non vi è rigidità o durezza alcuna in questa regione del corpo, ma solo una flessibile solidità con della "elasticità" in essa presente. E nota bene, inoltre, che NON APPENA INCOMINCIO A CANTARE DIMENTICO TUTTO DEL DIAFRAMMA E DELLE COSTOLE, "tutto sull'apparato respiratorio e le sue azioni", e canto sull'aria accumulata proprio sotto la laringe.

LA NOTA TENUTA

Infine, voglio solo dire alcune parole in merito alla "Nota Tenuta" (segnata Ten). Questa ha un valore di durata inerente che non è né troppo lungo né troppo corto. Se tenuta troppo a lungo, rapidamente degenera in volgarità; se troppo corta mancherà di vera espressione. In entrambi i casi verrà a mancare di valori estetici ed artistici. Alcuni cantanti credono erroneamente di assicurarsi un effetto meraviglioso tenendo una nota per un lasso di tempo più lungo della sua esatta misura ('giusta misura'). La legge estetica e quella che regola l'espressione non possono essere ignorate con impunità. Per un'appropriata espressione e un effetto comunicativo verso il pubblico la nota dovrebbe essere tenuta per un esatto senso estetico che può essere innato in un cantante (che perciò lo sente istintivamente), o acquisito con una lunga esperienza.

(tratto da: E. Herbert-Caesari [Diplomé, La Regia Accademia di Santa Cecilia, Rome] - THE VOICE OF THE MIND – 1951)

- Beniamino Gigli - "I AM STILL LEARNING, IT IS THE SECRET OF SINGING" ("Sto ancora imparando, è il segreto del canto") -

 Per chi è interessato ad approfondire la 'scuola di canto' di Cotogni, ecco un articolo nel quale - tra l'altro - vi sono testimonianze di Gigli, Caesari, Lauri-Volpi ed altri allievi ancora del grande baritono e maestro di canto romano!

http://belcantoitaliano.blogspot.com/2019/03/la-scuola-romana-di-canto-lirico-di.html



martedì 3 maggio 2022

La grande tecnica vocale dell'antica scuola italiana - Roma, 14 e 15 maggio 2022

Vi aspettiamo a Roma, il 14 e 15 maggio 2022, per il seminario 'La grande tecnica vocale dell'antica scuola italiana'.

Due giornate di corso intensivo con i fondatori di Belcanto Italiano: Astrea Amaduzzi, soprano ed esperta di tecnica vocale e il M° Mattia Peli, Maestro preparatore e vocal coach

Info e prenotazioni (Tel./WhatsApp) (+39) 3475853253

venerdì 24 dicembre 2021

OSSERVAZIONI PRATICHE PER LO STUDIO DEL CANTO di Virginia Boccabadati, soprano e maestra di bel canto

"Osservazioni pratiche per lo studio del canto" di Virginia Boccabadati, soprano prediletto da Giuseppe Verdi e maestra di Bel Canto nel Liceo Musicale Rossini di Pesaro, 1893

I criteri con i quali un genio del calibro di Verdi giudicava i cantanti erano quasi sempre in funzione delle parti che essi dovevano sostenere, andando dall'attrice-cantante alla vocalista

In alcuni casi, della potenza della voce e della bellezza timbrica non gli importava nulla. Al tempo delle prime esecuzioni della "Traviata", esaltò la Piccolomini, la Spezia e la Boccabadati

« (...) Per fare il "Re Lear", finora non avete la compagnia adattata. La Penco (che è pure eccellente artista) non potrebbe farmi Cordelia come io l'intendo. Per questa parte non conosco che tre artiste: Piccolomini, Spezia, e Virginia Boccabadati. Tutte e tre hanno voce debole ma talento grande, anima e sentimento di scena. Eccellenti tutte nella "Traviata" (...) Io sentirò qui la Piccolomini, e ve ne dirò qualche cosa. (...) » (da una lettera di Giuseppe Verdi, scritta da Parigi l'11 novembre 1856, indirizzata a Vincenzo Torelli a Napoli)

In altri casi ricercava invece l'ottima cantante: la verità infatti è che, come spiegò al Ricordi l'11 maggio 1887, Verdi vedeva come Desdemona non un'attrice-cantante, ma una vocalista.
"Desdemona canta dalla prima nota del Recitativo, che è una frase melodica, fino all'ultima nota, 'Otello non uccidermi', che è ancora una frase melodica. Quindi la più perfetta Desdemona sarà quella che canta meglio."

Il valore della Boccabadati, oltre che da Verdi, viene confermato anche nell'articolo "La Traviata di Verdi al Carignano, parallelo fra Maria Piccolomini e Virginia Boccabadati" (in: CRONACA MENSILE - RASSEGNA MUSICALE,

da "RIVISTA CONTEMPORANEA" - VOL. OTTAVO, anno quarto - Torino, Tipografia economica diretta da Barera, 1856), quando il critico musicale affermava che:

Le tre cantatrici che hanno riputazione in Italia sovra le altre, di interpretare sublimamente quest'opera di Verdi, sono:
1. - Maria Spezia, la prima che abbia avuto l'ardimento e la ventura di togliere dall'obblio questo spartito e di farlo rivivere nella stessa Venezia, dove sì mala accoglienza aveva incontrato due anni prima;
2. - dopo la Spezia la più stimata era certamente Virginia Boccabadati, la quale in parecchi teatri aveva sollevato l'uditorio ad entusiasmo sotto le spoglie di Violetta, e per ciò era scritturata l'anno passato al Teatro Italiano di Parigi, dove, colta da lungo malore, non potè farsi ammirare;
3. - la terza è, come tutti sappiamo, Maria Piccolomini. Dopo il trionfo ottenuto da lei a Torino, ella fu giudicata la più sublime fra le Violette; infatti, volendo eseguirsi quest'opera a Londra, la Piccolomini ebbe la preferenza; e tutti leggemmo le novelle delle liete accoglienze che ella ebbe nella capitale e nelle altre città d'Inghilterra, nelle quali tuttavia ella trascorre festeggiata. Dovendo anche a Parigi rappresentarsi la "Traviata", prescelta ad interpretarla fu la Piccolomini; e fra poco ella si presenterà su quelle scene.

( Potete leggere l'articolo completo al seguente link, del blog CANTO VERDIANO --> http://cantoverdiano.blogspot.com/2021/02/la-traviata-di-verdi-parallelo-tra-la.html )



Ed ecco alcune delle più interessanti 'osservazioni pratiche' della Boccabadati (tra le sue allieve, le poi celebri Celestina Boninsegna e Maria Farneti!) che abbiamo qui selezionato per tutti voi, e che trattano i seguenti punti di tecnica vocale:
- Respirazione
- "Arrotondamento" della A
- Registri della voce
- Passaggi di registro
- "Note di testa"
- Posizione della lingua e del palato
- "Portamento di voce"
- Trillo
- Declamazione

Queste osservazioni io dedico agli allievi di composizione che mi hanno prestato il loro concorso, e che tuttora mi aiutano come accompagnatori. Scrivo per essi una regola di insegnamento come io la pratico da dieci anni nella classe di canto per Donne in questo Istituto Rossini di Pesaro.
Gli allievi dovranno occuparsi di leggere e di studiare i metodi più completi del Garcia e del Delle Sedie, come vien loro indicato dal programma, essendo questi metodi corredati di dimostrazioni anatomiche e fisiologiche necessarie a conoscersi.
La lettura del mio piccolo lavoro non sarà del tutto inutile, perchè non è soltanto il frutto della mia particolare esperienza, ma compendia i consigli ricevuti, quasi in eredità, da una famiglia rispettabile in Arte, e da tutti rispettata.

Scuola di Canto per Donne.
Qualità per esservi ammesse.

Le giovinette destinate allo studio del canto devono dimostrare di possedere una sana costituzione, ed essere in grado di sostenere la fatica dell'esercizio quotidiano coll'aver raggiunto uno sviluppo fisico in rapporto con la loro età.
Allorchè si presentano in un Istituto per studiare la Musica poco più che adolescenti, nessun abile maestro potrebbe accertare se col crescere degli anni acquisteranno la robustezza di voce che occorre pel teatro. Si potrà verificare una certa chiarezza di timbro, la prontezza dell'intonazione, le buone disposizioni musicali; ma il progresso della sonorità e della estensione della voce non può affermarsi tanto presto; occorre per ciò una durata ragionevole di studio prudente e graduato.

1° Anno di Studio nella Classe di Canto.

All'età di 16 anni compiuti, dopo essere state iniziate alla teoria musicale, le allieve sono in grado di venire affidate alla Maestra di Canto, che possibilmente sarà stata essa stessa una cantante riputata buona. Incominceranno a solfeggiare, e l'esercizio sarà di breve durata, limitato ad una tessitura media. (...)
L'esercizio del Solfeggio elementare verrà alternato con facili vocalizzi, per avviare alla giusta impostazione della voce, onde presto ne sia fissata l'estensione e la tendenza naturale.

RESPIRAZIONE - POSIZIONE VOCALE BASE ("A" arrotondata):
Per prima prova si faranno emettere dei suoni isolati, senza darsi pensiero del colorito, facendo aprire ragionevolmente la bocca colla vocale "A" leggermente arrotondata, e facendo respirare con naturalezza, un poco più abbondantemente che per parlare (...) più avanzata nello studio [la principiante] saprà da se stessa regolare il respiro colla necessaria economia, acquisterà la facoltà di tenerlo più a lungo, e di rinnovarlo a proposito. Eguale premura dell'insegnante sarà rivolta a stabilire i differenti registri della voce e a informarne bene ogni allieva, perchè si abitui a regolarne i passaggi difficili. Per noi della vecchia scuola i registri della voce risulterebbero "tre" (...)

REGISTRI DELLA VOCE ("passaggi"):
Per verità non è facile fissare una regola precisa, quando si consideri che non vi è voce che si rassomigli. L'orecchio esperimentato di chi insegna e la continua pratica aiutano e guidano ad ottenere l'equilibrio di questi delicati passaggi fra il "primo" registro, cioè quello delle "note gravi" o "di petto", e il "secondo" delle "note acute" o "di testa", con un "terzo" che con dolce transizione unisce le note dell'uno coll'altro. E' giusto di tener conto di ciò onde la natura ha favorito le voci di donna; affaticarsi a distruggerlo, sopprimendo le "note gravi", sarebbe lo stesso che voler impedire più tardi ogni effetto di canto drammatico. Però le "note gravi" non vanno forzate nelle giovinette: il "primo" registro non oltrepassa per lo più il Fa (1° spazio in chiave di Sol) per la voce di Soprano. Sovente per sfortuna non si ottiene neppure il Mi (1° riga in chiave di Sol). Fra Fa diesis e Sol si deve ottenere un suono delicato, leggermente misto. La, Si, Do, Re sono le vere note medie. Da Re (4° riga, chiave di Sol) a Mi (4° spazio, id.) si studia il passaggio che porta alle "note di testa", appoggiate, come suol dirsi nei Metodi, "ai seni frontali"; si sentono infatti risuonare fra il naso e la fronte. (...)

VOCI FEMMINILI (Soprano - Mezzo Soprano - Contralto):
1. La voce di Soprano ha generalmente l'estensione sensibile di due ottave dal Do sotto le righe (in chiave di Sol). Voci eccezionali come erano quelle della Malibran, della Patti, della Tacchinardi-Persiani, e come sono, fra le giovani cantanti, quelle della Pettigiani e della Pinkert, possono o scendere più in basso, o salire agli estremi "Sopr'acuti"; ma di queste meravigliose qualità, di rado sviluppate ai sedici anni non si deve tener conto, e l'allieva così favorita dalla natura non può valersene senza pericolo se non all'ultimo periodo del suo studio di perfezionamento, verificando tuttavia a lontani intervalli se queste note straordinarie si sono conservate.
2. La voce di Mezzo Soprano ha pure l'estensione di due ottave (dal La basso) e può avere qualche nota di più: un esempio n'è stata la Borghi-Malmo (Madre). Sarebbe però arrischiato di alterarne la tessitura secondando la smania comune di cantare ad ogni costo il Soprano Drammatico. Abituale risultato di tale compiacenza è quello di non arrivar mai a far cantar da Soprano se non con voce stridula o tremola o stuonata, mentre il Mezzo Soprano perde le belle note naturali. Questa voce non arriva generalmente "di petto" che al Fa diesis (1° spazio), ma se non lo imposta naturalmente non conviene insistere ma limitarsi al Fa naturale. Le note di testa possono incominciare dal Do diesis (3° spazio - chiave di Sol) e sono generalmente più risonanti che nelle voci di Soprano.
3. Considero la voce di Contralto la più difficile da educare. La sua estensione è di due ottave dal Sol basso, ammettendo sempre delle fortunate eccezioni come: la Pisaroni, la Marietta Brambilla, l'Alboni, la Marchisio, la Scalchi. La prima ottava è quasi sempre tutta "di petto", ed in tal caso è molto gradevole il suo passaggio nelle "note medie" La, Si, Do; ed è invece poco simpatica se sale "di petto" fino al Do (3° spazio - chiave di Sol).
Grande cura occorre per evitare un certo scatto che la voce subisce nei passaggi difficili di registro; ciò accade più sovente fra le "note di petto" e le "medie", ma nella voce di Contralto si nota anche fra le "note medie" e quelle "di testa". Ricordo ancora lo studio accurato che intesi fare dalla celebre Marietta Alboni in presenza di mia madre per raddolcire questo passaggio. Essa tentava e riusciva ad emettere a "mezza voce" l'ultima nota del suo "registro grave" e delicatamente la portava, legando, alla prima del "registro acuto" (per lei i registri non erano che "due") e dava a questa una maggiore sonorità; riprendeva quindi pianissimo la nota più "acuta", e, legando, tornava forte a quella "grave".
Si può fare in tal modo un esercizio vocalizzato sulla vocale "A arrotondata", legando fra loro due, tre e più note di Scala. (...)

EMISSIONE VOCALICA (posizione di lingua e palato molle):
In ogni voce si riscontrano dei difetti di suono o gutturali o nasali. E' difficile di vincerli coi primi studi di impostazione; conviene però tentare di correggerli, e cercare la giusta e migliore sonorità della nota difettosa, esercitandola col suono di tutte le vocali, molto aiutandosi coll'orecchio, e provando di emetterla con vocale più aperta se è gutturale, e più arrotondata quando è nasale.
Coll'abbassare la lingua ed alzare il palato si ottiene una piacevole sonorità. (...)

SCALE LENTE:
I primi esercizi si fanno di Scala, lentamente, in tutti i toni maggiori e minori; l'allieva, lontana dal pianoforte, ben posata colla persona, si abituerà a pensare alle note ed alla tonalità in cui canta, aumentando a grado a grado l'estensione e la rapidità della Scala. Con cura particolare imparerà subito a unire i suoni fra loro; può a ciò servire di regola la legatura degli istrumentisti d'arco che per verità studiano di imitare la voce umana ed il canto corretto degli antichi cantanti. Un mio ricordo d'infanzia è quello di avere inteso celebri violinisti di quell'epoca (Bazzini, Emiliani) dichiarare che suonavano l'Andante della "Sonnambula" "Ah! non credea mirarti" e il Largo della "Norma" "Casta diva" sotto l'impressione ricevuta dal canto perfetto di mia madre Luigia Boccabadati (nata nel 1800). (...)

LEZIONE-METODO:
La lezione sarà di breve durata, possibilmente alternata fra due allieve di eguale capacità, e sarà sospesa qualora le giovinette siano indisposte, o accusino la più leggera sofferenza alla gola.
Tutti i medici si accordano in questa regola di prudenza.
(...) ogni Metodo è buono purchè scelto giudiziosamente, e si adatti alla tessitura di ogni voce, nei limiti dell'ampiezza di respiro.
Ad una allieva di pronta intelligenza si può già insegnare in questo corso qualche frase di canto con parole. E' molto indicato a questo scopo il Metodo Pratico del Maestro Nicola Vaccaj.

2° Anno di Studio nella Classe di Canto.

E' da presumere che a questo punto le difficoltà musicali siano superate: la voce avrà intanto acquistato forza di timbro, sicurezza d'intonazione, e facilità di modulazione. (...)
Dagli esercizi, il naturale progresso porta ai vocalizzi più difficili, sia ad una, sia a due voci; e da questi si passa al canto con parole. E' giustamente indicato di giovarsi delle "arie antiche" che distintissimi Maestri hanno riunite in utili edizioni, fra cui noto i volumi degli "Echos d'Italie", e la bella Raccolta del Prof. Parisotti; sarà pure indispensabile di far cantare duetti di Autori classici ed alcune romanze da camera, moderne, scelte fra le migliori.
L'insegnante dovrà accennare la frase con precisione e ripeterla finchè l'allieva l'abbia ben compresa e sia messa in grado di imitarne la chiarezza dell'accento, dell'inflessione e della pronuncia. (...) Chi insegna il Canto deve poter correggere e rettificare i difetti della pronuncia.
Chi desideri rendersi conto dell'articolazione di ogni sillaba, e di ogni parola, può trovare diffuse spiegazioni nei Metodi di canto di Garaudé, di Garcia, di Delle Sedie e di altri. (...)
Un accurato esercizio di lettura sarà stato fatto prudentemente sotto abile direzione fino dal 1° anno dello studio di canto, e mentre le allieve si abitueranno gradatamente all'accento poetico, dovranno anche essere guidate a conoscere le regole del contegno e del gestire.
Alla fine di questo corso le allieve devono prender parte alle esercitazioni corali, ottimo studio per sviluppare l'organo vocale, e l'esattezza della misura, per far perdere la timidezza, e per far progredire nella lettura a prima vista del canto con parole.

3° Anno di Studio nella Classe di Canto.

S'incomincierà questo corso collo studio dei recitativi di opere dei migliori autori italiani, dopo di che si passerà alla esecuzione delle arie difficili del nostro vecchio repertorio; soprattutto conviene occuparsi del Recitativo, perchè le allieve imparino a fraseggiare con vivace disinvoltura nell'opera buffa, con inflessioni di voce gentili e patetiche nelle opere sentimentali e romantiche, mentre nel recitativo drammatico dovranno abituarsi a dare la necessaria sonorità, ed a marcare vigorosamente l'accento.
Coi vocalizzi difficili di Righini, di Garaudé e con altri, scelti nei migliori metodi di perfezionamento, le alunne avranno imparato a valersi di tutto il respiro, e a non interrompere la frase musicale per riprenderlo; dovranno porgere il canto con elegante colorito e si troveranno preparate ad eseguire i cantabili larghi e maestosi delle nostre belle arie italiane.

PORTAMENTO DELLA VOCE (e Legato):
Ora viene a proposito di accennare le mie idee sul "portamento della voce": ho già detto che pel canto legato può servire di modello il modo accurato col quale un violinista di stile corretto eseguisce le frasi musicali sul suo istrumento. "Legare" non significa nè "strisciare" nè "portare la voce", ma "passare" senza "stacco" o "silenzio" da una nota all'altra.
Per "Portamento" invece s'intende un leggero anticipare del suono da una nota a quella che segue. Un esempio semplicissimo è una frase del duettino dei Soprani nell'Otello di Rossini ("Quanto son fie [RE]_[SOL] eri i pa [DO]_[LA] alpiti")

E' chiaro che il "portamento" si fa dove sono due note per una vocale e una sillaba, mentre ognuna delle altre note ha per sè una vocale ed una sillaba, ed è ben semplice di tenerle per tutto il loro valore. (...)
Un altro esempio ce lo offre un recitativo della stessa opera, che noterò dopo la seguente osservazione: che devesi cioè evitare il "portamento" fra due note congiunte per intervallo di "seconda", se la parola non termina e non comincia con vocale, e se non vi è elisione nella stessa parola (nel qual caso il portamento vien naturale); ma quando una parola termina con vocale e quella che segue incomincia per consonante è da preferirsi lo "smorzo". Ogni regola però soffre eccezione, e, per esempio se la distanza dell'intervallo supera la "seconda", allora il buon gusto suggerisce in quale frase il "portamento" aumenti la grazia o la drammaticità dell'accento.
("Oh! Come infino al core giungon quei dolci accenti! Chi [SALTO ASCENDENTE DI 5a GIUSTA, SOL-RE] sei che così canti? Ah tu ramme- [SALTO DISCENDENTE DI 7a DIMINUITA, FA-SOL#] -nti lo stato mio crudele")
Notando in tal modo questo brano di recitativo, il compositore ha sufficientemente dimostrato che si può cantarlo senza portamenti di voce, pur di dare alle note quell'inflessione d'accento che la poesia richiede, e quello smorzo che ne aumenta l'elegante espressione. Si può però "portare" la voce nelle due frasi ("Chi sei? - Ah tu rammenti") per raddolcirne anche più la mestizia; ma dovrà evitarsi di esagerare (...)
Io non ricordo di aver mai ricevuto osservazioni sul "portamento della voce" all'epoca de'miei studi di canto, non so se per istinto buono, o piuttosto perchè ero abituata all'esecuzione corretta di mia madre che era la più perfetta cantante di metodo di cui si possa serbare memoria. Quanta saviezza nei suoi consigli, e quale indulgenza! Ella non insisteva mai per ottenere che subito si facesse bene, e ci lasciava riflettere sulla lezione, concedendo alla nostra voce frequenti riposi, che qualche volta si prolungavano per settimane e per mesi.
Alla ripresa del lavoro la voce aveva acquistato freschezza e volume. Ora invece molti maestri asseriscono che nemmeno sotto l'azione di una malattia di gola o di qualunque sofferenza, si deve perdere l'abitudine di un esercizio vocale forte e prolungato. Chi può perdonare loro il male che producono? La salute compromessa, la voce guastata, e tanti denari sprecati, e tante illusioni perdute?....

SCALE VELOCI (agilità vocali) - ABBELLIMENTI (ornamenti) - IL TRILLO:
(...) Lo studio delle difficili arie si compie coll'eseguire "l'allegro", per lo più composto di due "Cabalette", e nella seconda, pur di non eccedere, è permesso di fare qualche variante e di aggiungere degli abbellimenti.
Le "scale" devono riuscire rapide ed estese; decise le "acciaccature", ben graniti i "gruppetti" di cui la prima nota va accentata più delle altre; ben precise le "volate" di semitoni, fissando una divisione che ne assicuri l' "accento" e l' "intonazione" a "tre", "quattro", "sei" od "otto" note; di puro "attacco" e "stacco" le "picchettate" per le quali occorre una vera cura di prontezza e di economia di respiro. Il trillo soprattutto va lavorato in modo da non cagionare ostacoli ad ogni pezzo difficile ove ci sia l'obbligo di farlo. (...) talvolta il "trillo" non riesce, mentre c'è chi lo ha naturalmente facile; in ogni modo sarà utile di averlo studiato. Va dapprima esercitato senza preparazione, accentando a piena voce la nota superiore; accertata la perfetta intonazione e sonorità delle due note "di eguale perfetto valore" se ne accelererà quanto è possibile il movimento.
Tale prova va ripetuta più volte al giorno, evitando di stancare il respiro, ed esercitando di preferenza le note migliori, non quelle di passaggio fra i differenti registri
.
"I Maestri più celebri si sono valsi dei vocalizzi e dei gorgheggi per rendere più variate le loro composizioni"; ma l'abuso va naturalmente evitato, tanto più ora che il gusto moderno preferisce quasi esclusivamente il canto di espressione; però non bisogna cadere nell'esagerazione, ma persuadersi anzi che lo studio delle agilità impone ai cantanti un esercizio che trascurerebbero per non valersi più che di effetti triviali.

DECLAMAZIONE (moderata):

(...) non si può esigere da una allieva di canto la forza di inflessione che richiede la declamazione parlata; più vi è progresso nel canto, e meno la voce è adattata per essere adoperata in un discorso molto accentato; questa cara voce dipende da fibre così delicate che è proprio da stupirsi possa resistere allo strazio crudele che talvolta ne vien fatto. Dunque occorre moderazione in tutto, tanto nell'esercizio del canto, quanto in quello della declamazione.
Dal consiglio di sapienti medici ci viene la regola che la lezione o studio vocale non deve durare di continuo più di mezz'ora; ma può essere ripetuto più volte nella giornata. (...)

4° Anno di Studio nella Classe di Canto.

Incomincia da questo punto la necessità di imparare a memoria le Opere per formarsi un repertorio. (...)
Alle maestre di canto incombe consigliarle sul perfezionamento dello stile, guidarle a ben porgere ed unire efficacemente la parola col canto, proporre i coloriti, gli abbellimenti e le cadenze.
In poche lezioni le alunne dovranno saper ritenere un'Opera a memoria, cantandola correttamente; da sè stesse avranno indovinato o trovato un sicuro effetto di alcune frasi per ogni pezzo. L'insegnante rettificherà gli errori e guiderà l'intelligenza senza soverchiare lo svegliarsi della spontanea individualità artistica. (...)
La maestra di declamazione deve secondare quest'ultimo periodo d'insegnamento per ottenere dalle alunne un perfetto contegno, il camminare più grave o più svelto che non si usi nella vita abituale, ed il gestire con nobile semplicità.
Così guidate non sarà per esse difficile di immedesimarsi nel carattere che devono rappresentare. Le maestre di canto e di declamazione le avranno messe sulla via di una giusta interpretazione, ma dopo ciò dovranno "saper pensare", e non aspettare più suggerimenti se non dalla propria ispirazione; il canto deve acquistare un particolare colorito da un intelligente lavoro della mente.
Non è necessario l'affannarsi sulla scena con movimenti rapidi e disordinati, potendo ciò nuocere alla fermezza della voce e alla finezza del canto. Ho conosciuto celebri cantanti con talento scenico, che soffrendo del troppo agitarsi avevano saputo adattare alle situazioni più drammatiche delle movenze naturali 'proporzionatamente' calme, senza nuocere all'effetto della scena. Ammirabile in ciò fu Erminia Frezzolini (...)

N.B.
Brevi informazioni biografiche, tratte da "BOCCABADATI, Luigia", voce enciclopedica presente in: Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 10 (1968):

<<Dei suoi figli, la più celebre fu Virginia, nata il 29 apr. 1828, che debuttò brillantemente nel 1847 al Teatro Massimo di Palermo con "Linda di Chamounix" di Donizetti. (...) La Traviata, di cui fu giudicata una delle migliori interpreti, "ancor più espressiva della Patti" (Schmidl) nel ruolo di Violetta. Dedicatasi, infatti, al repertorio verdiano, Virginia seppe conquistarsi, insieme con M. Piccolomini e M. Spezia, la stima e la preferenza di Verdi.

Mortole il marito, il conte Carignani di Torino, Virginia abbandonò il teatro, accettando tuttavia, verso il 1883, il posto offertole da C. Pedrotti di maestra di canto al conservatorio di Pesaro, dove insegnò fino al 1900 (alla sua ottima scuola si formarono, fra le tante allieve, Celestina Boninsegna, Maria Farneti [soprano mascagnano molto noto agli inizi del XX secolo], A. M. Pisano Pettignani, e M. Quarenghi Galli). Tornata a Torino, vi morì il 6 agosto 1922.

L'eredità materna si manifestò in Virginia più nell'arte dell'espressione e nella tecnica perfetta che nella potenza della voce, anche se pura, d'intonazione sicura e assai agile. Fu, infatti, una delle interpreti di maggior prestigio di opere del repertorio lirico-leggero, ma seppe raggiungere altrettanta eccellenza in opere più drammatiche.>>

(da: VIRGINIA BOCCABADATI - Maestra di Bel Canto nel Liceo Musicale Rossini di Pesaro - "OSSERVAZIONI PRATICHE PER LO STUDIO DEL CANTO" - Pesaro, 1893) 

Buona lettura e buona riflessione!

domenica 31 ottobre 2021

Calendario di studio dell'Accademia Nazionale di Belcanto Italiano - anno 2021/22: dalla respirazione alla messa in scena delle opere

Calendario di studio dell'Accademia Nazionale di Belcanto Italiano - anno accademico 2021/22

Presentato il programma di studi dell'Accademia Nazionale di Belcanto Italiano!
Da novembre 2021 a luglio 2022 un entusiasmante viaggio alla scoperta della voce nel canto lirico, con organizzazione di concerti e opere in costume.

Ecco il Calendario di studio dell'Accademia Nazionale di Belcanto Italiano - anno accademico 2021/22

Novembre 2021 - "La respirazione" e "La messa di voce"
Dicembre 2021 - "La voce di petto, il misto e la voce di testa"
Gennaio 2022 - "I passaggi di registro"
Febbraio 2022 - "Le agilità vocali"
Marzo 2022 - "La mezza voce"
Aprile 2022 - "L'arte scenica" e "I filati"
Maggio 2022 - "Gli acuti e i sopracuti"
Giugno 2022 - "Il trillo" e "La messa in scena"
Luglio 2022 - "La relazione tra musica, movimento e scena"

www.accademiabelcanto.com

mercoledì 20 maggio 2020

Principi di Buon Canto nella prefazione a "Le nuove musiche" di Giulio Caccini (1601)

Vittoria Archilei come 'Armonia doria' nell'Intermezzo 'L’armonia delle sfere' (da 'La pellegrina', 1589)

La storia della vocalità solistica inizia con l'invenzione del melodramma in Italia nel periodo del tardo Rinascimento - primo Barocco. 
Uno degli iniziatori fu il celebre Giulio Caccini, detto Giulio Romano, tenore e compositore (Roma verso il 1550 - Firenze 1618), allievo di Scipione del Palla.

Il Del Palla viene anche ricordato sotto il nome di "del Palle", dal Dentice nei suoi "Duo dialoghi della musica" (1552), come uno dei "iperfettissimi musici [che] cantano miracolosamente", protagonisti di uno spettacolo tenutosi nella casa di donna Giovanna d'Aragona, moglie di Ascanio Colonna. Tra le testimonianze postume sul Del Palla è di particolare rilievo il riferimento al musicista da parte di Caccini nella Introduzione delle sue 'Nuove musiche' (1601), dove egli cita il suo maestro, dichiarando di avere appreso da lui "la nobile maniera di cantare". Tale notizia trova conferma nella "Dedica di canoni vari sopra un soggetto solo" (1612) di Antonio Brunelli, in cui si legge che avendo Cosimo I de' Medici fatto trasferire (nel 1560 c.) il giovane Caccini da Roma a Firenze, lo affidò all'insegnamento del "primo cantante del secolo Scipione dalle Palle". 

Giulio Caccini

Musico di corte presso i Medici, Caccini fece parte del cenacolo umanistico della Camerata de' Bardi e, con V. Galilei, E. Del Cavaliere, J. Peri, si fece propugnatore del "recitar cantando", ossia dello stile monodico, più aderente al contenuto dei testi lirici o drammatici, contro quello polifonico. 

Jacopo Peri

Già nel 1594 sembra ch'egli abbia in tal senso collaborato con il Peri per la "Dafne", che venne rappresentata a Firenze nel palazzo di Jacopo Corsi durante il Carnevale del 1597. Alla fine del 1601 pubblicò una sua "Euridice", un primo esempio di melodramma, di pochissimo posteriore a quella del Peri (al quale seguirono l' "Orfeo" e l' "Arianna" di Monteverdi rispettivamente del 1607 e del 1608 - genere quello dell'opera lirica italiana che fece gran fortuna per diversi secoli fino almeno alla "Turandot" di Puccini composta nel 1924 ma rappresentata postuma nel 1926, ed agli ultimi esempi rilevanti quali "Il diavolo in giardino" di Mannino del 1963 e l' "Ulisse" di Dallapiccola del 1968).


Nel 1601 pubblicò anche "Le nuove musiche" (madrigali e arie a una voce), composte dal 1592 in poi. Nel 1613 vi aggiunse altra pubblicazione analoga, il "Fuggilotio musicale". 


 

Come si può leggere nel Dizionario Biografico Treccani: l'arte del Caccini rappresenta la rinascita - contro la polifonia, egemonica ormai da 4 secoli - dello stile monodico. L'artista, come il Peri, a tanto riuscì trasfigurando lo stile semi-popolaresco e insieme virtuosistico dei cosiddetti "cantori al liuto" secondo il gusto e il pensiero del tardo Umanesimo, sotto l'impulso dei nuovi sensi "drammatici" e esplicitamente "rappresentativi". 
Elementi fondamentali della struttura operistica del Caccini sono il recitativo e l'arioso, che si dispiegano, senza limiti apparenti, in un discorso interrotto soltanto da brevi cori. A questo tipo si richiameranno in seguito i grandi rinnovatori del melodramma. E recitativo e arioso si trovano anche nelle musiche vocali da camera. In tutta l'opera del Caccini si mostra del resto in piena luce l'unità dell'ispirazione, nascente dalla commossa intonazione della poesia (nei recitativi) ed elevata in dolci volute di puro canto, strofico, o ampiamente arioso.



Anche le figlie, Francesca e Settimia, seguirono le orme del padre.

FRANCESCA CACCINI detta la Cecchina
Musicista (nata a Firenze nel 1587 - morta probabilmente a Lucca nel 1640 circa), figlia e allieva di Giulio Caccini. Fu celebre quale virtuosa di canto e quale compositrice di cantate e altre musiche profane e di lavori scenici: "Il ballo delle Zigane" (1615); "La liberazione di Ruggiero dall'isola di Alcina" (1625); "Rinaldo innamorato". 

 


SETTIMIA CACCINI (Firenze, 6 ottobre 1591 - 1638 circa) - Era la figlia minore del compositore Giulio Caccini e della cantante Lucia Gagnolanti, nonché sorella di Francesca Caccini (compositrice e cantante) e di Pompeo Caccini, anch'egli cantante. Secondo Severo Bonini, ella si guadagnò una reputazione immortale per il modo in cui padroneggiava l'arte del canto. 


Avviata al canto e alla composizione probabilmente dal padre, già nell'ottobre 1600, all'età di soli 9 anni, si esibì insieme alla sorella nell'opera "Il rapimento di Cefalo", composta dal padre su libretto di Gabriello Chiabrera per la corte fiorentina, in occasione delle nozze di Maria de' Medici con Enrico IV di Francia. Due anni dopo, cantò anche nell' "Euridice", sempre su musica del padre. Nel 1604, la famiglia Caccini fu invitata alla corte francese, dove si trattenne per 6 mesi, e lungo il viaggio si esibì presso le corti di Modena e di Torino. Nel 1608, fu a Mantova per cantare il ruolo di Venere ne "L'Arianna" di Claudio Monteverdi, opera la cui musica è andata perduta ad eccezione del Lamento d'Arianna.


L'anno successivo, sposò il compositore lucchese Alessandro Ghivizzani, anch'egli al servizio della corte fiorentina. Tuttavia, nell'ottobre entrambi lasciarono Firenze, senza permesso, per raggiungere Lucca. Qui, entrarono al servizio del duca Ferdinando Gonzaga, che portò Settimia alla corte mantovana, dove era tenuta in grande considerazione. La coppia restò a Mantova fino al 1620, quando tornarono a Lucca. Nel 1622 si stabilirono a Parma; qui, Settimia sostenne il ruolo di Didone in un intermedio e di Aurora in "Mercurio e Marte" (1628), entrambi con musiche di Monteverdi. Tornò poi a Firenze dopo la morte del consorte, dove fu ripresa al servizio dalla corte dei Medici. Nel 1637 cantò ne "Le nozze degli dei" di Giovanni Carlo Coppola.
Della sua produzione compositiva, ci sono giunti solamente 8 brani vocali. A differenza della sorella Francesca, non pubblicò nessuna raccolta di composizioni a suo nome, ed è probabilmente solo per questo motivo che il suo nome oggi è molto meno noto di quello della sorella. Le arie giunte fino a noi hanno forma strofica (che significa che ogni stanza del testo viene cantata sulla medesima musica) e sono scritte in un fluido stile melodico. 

 

Scriveva il celebre tenore di Lanuvio (Roma) Giacomo Lauri-Volpi di Caccini:
<<Creatore della scuola del Belcanto – bello perché emotivo ed espressivo, da distinguersi, come abbiamo precisato, da quello decorativo – fu il romano Giulio Caccini, che da Roma si trasferì a Firenze, ove fondò la scuola di canto in cui fiorirono le voci delle figlie Francesca e Settimia: scuola basata sulla passione profonda e la parola adeguata e sulla chiarezza della dizione in armonia con la tradizionale, romana “concinnitas”. Il “recitar cantando”, proprio di questo stile rappresentativo, portò alla libertà melodica e a un rinnovamento della tecnica del suono cantato. 


Nel suo insegnamento, il Caccini fu un rinnovatore della ortofonia vocale e uno dei primissimi compositori di melodrammi; egli lasciò scritte interessanti norme del Belcanto. Avvertiva i discepoli di “attaccare il suono appoggiandolo sulla nota immediatamente inferiore”, oppure di “evitare questa appoggiatura e di attaccare invece la nota direttamente ma dolcemente”, come nota “tenuta” che va dal piano al forte e decresce dal forte al piano iniziale (la classica “forchetta” in uso in ogni scuola che si rispetti), di cui si è perduta ogni traccia nel canto lirico attuale, divenuto monotono e meccanico, senza sfumature di fraseggio, privo insomma della tavolozza di colori che vanno dal sussurro delle note a “fior di labbra”, ma “appoggiate”, alla vigorosa espansione dell’esaltazione lirica, che fece degli artisti dell’800 i dominatori delle scene e delle corti di tutta Europa. 



Il Caccini, come “fioritura” ammetteva solo il trillo e per agevolarne l’esecuzione valorizzò il gruppetto, che è una delle forme più in uso nel canto fiorito o Belcanto. Nelle opere del Peri, del Caccini, del Monteverdi e successive (Dafne, Euridice, Arianna…) la parola declamata (recitativo) e la parola cantata si alternavano con accompagnamento del solo clavicembalo, la prima, e della rudimentale orchestra, la seconda. In quei tempi il canto non veniva sopraffatto da enormi complessi orchestrali. Senonché la voce solista incominciò, a poco a poco, ad abusare della sua sovranità, e nel ‘700, per il predominio dei soprani-maschi, il Belcanto diventò una esibizione di licenze, gorgheggi e trilli, in cui la parola si diluiva in vocalizzi arditi e sorprendenti.>>

(in: “Belcanto” - voce compilata dal tenore Giacomo Lauri-Volpi, inserita nella “Enciclopedia della musica”, ed. Ricordi, Milano 1963)

--> https://belcantoitaliano.blogspot.com/2017/02/che-cose-il-belcanto-di-giacomo-lauri.html


Targa che ricorda la camerata dei Bardi su palazzo Busini-Bardi a Firenze

Già egli anticipa le proprie idee, il 20 dicembre 1600, nella Prefazione all'opera "L'Euridice":
"Nella qual maniera di canto ho io usato una certa sprezzatura, che io ho stimato che abbia del nobile, parendomi con essa di essermi appressato quel più alla natural favella. (...)
Io era stato di parere, con l'occasione presente, di fare un discorso ai lettori del nobil modo di cantare, al mio giudizio il migliore col quale altri potesse esercitarsi, con alcune curiosità appartenenti ad esso, e con la nuova maniera de' passaggi e raddoppiate inventate da me, quali ora adopera, cantando l'opere mie, già è molto tempo, Vittoria Archilei, cantatrice di quella eccellenza che mostra il grido della sua fama. (...)
La qual [maniera] si vide per tutte l'altre mie musiche che son fuori in penna, composte da me più di quindici anni sono in diversi tempi, non avendo ami nelle mie musiche usato altr'arte che l'imitazione de' sentimenti delle parole, toccando quelle corde, più o meno affettuose, le quali ho giudicato più convenirsi per quella grazia che si ricerca per ben cantare; la qual grazia e modo di canto, molte volte mi ha testificato essere stata costà in Roma accettata per buona universalmente V.S. Illustrissima."



Vittoria Archilèi (nata Concarini), detta "La Romanina" (Roma, 1550 ca. – Firenze, 1620 ca.), cantante e liutista italiana, fu attiva a Firenze con il marito Antonio Archilei, compositore, cantante e liustista. 
Prima interprete (Armonia, 1º intermedio/Anfitrite, 5º intermedio) degli Intermedi della "Pellegrina", per le nozze di Don Ferdinando I de' Medici e Cristina di Lorena a Palazzo Pitti nel 1589, nel 1599 fu la protagonista della prima esecuzione pubblica della "Dafne" di Peri a Palazzo Pitti.
Nel 1600 interpretò Euridice nella prima assoluta della "Euridice" di Peri a Palazzo Pitti.



Pochi mesi dopo, l'1 febbraio 1601, Caccini espone e sviluppa compiutamente le sue idee sulla nuova maniera di comporre per voce sola accompagnata e sul giusto modo di cantare nella raccolta "Le nuove musiche", costituita da 23 brani:

1. Movetevi à pietà - 2. Queste lagrim'amare - 3. Dolcissimo sospiro - 4. Amor, io parto - 5. Non più guerra pietate - 6. Perfidissimo volto - 7. Vedrò'l mio sol - 8. Amarilli, mia bella - 9. Sfogava con le stelle - 10. Fortunato augellino - 11. Dovrò dunque morire? - 12. Filli, mirando il cielo - 13. Ultimo Coro del Rapimento di Cefalo (6 voci o coro misto, CCATTB - Ineffabile ardore, Quand'il bell'anno), Muove sì dolce, Caduca fiamma, Qual trascorrendo - 14. Aria Prima. Io parto, amati lumi - 15. Aria Seconda. Ardi, cor mio - 16. Aria Terza. Ard'il mio petto misero - 17. Aria Quarta. Fere selvaggie - 18. Aria Quinta. Fillide mia - 19. Aria Sesta. Udite, udite, amanti - 20. Aria Settima. Occh'immortali - 21. Aria Ottava. Odi, Euterpe - 22. Aria Nona. Belle rose porporine - 23. Aria Ultima. Chi mi confort'ahimè





"Ai lettori."

Se gli studi della musica fatti da me intorno alla nobile maniera di cantare, dal famoso Scipione del Palla mio maestro appresa, et altre mie composizioni di più madrigali et arie, composti da me in diversi tempi, io non ho fino ad ora manifestati, ciò è addivenuto dal non istimare io: parendo à me che assai di onore ricevessero dette mie musiche, e molto più del merito loro, veggendole continovamente esercitate da i più famosi cantori e cantatrici d'Italia, et altri nobili amatori di questa professione. Ma ora veggendo andare attorno molte di esse lacere e guaste, et inoltre malamente adoperarsi quei lunghi giri di voci semplici e doppi, cioè raddoppiate, intrecciate l'una nell'altra, ritrovate da me per isfuggire quella antica maniera di passaggi che già si costumarono, più propria per gli strumenti di fiato e di corde che per le voci, et altresì usarsi indifferentemente il crescere o scemare della voce, l'esclamazioni, trilli e gruppi, et altri cotali ornamenti alla buona maniera di cantare; sono stato necessitato, et anco mosso da amici, di far istampare dette mie musiche; et in questa mia prima impressione con questo discorso à i Lettori mostrare le cagioni che m'indussero à simil modo di canto per una voce sola, affine che, non essendosi ne' moderni tempi passati costumate (ch'io sappia) musiche di quella intera grazia ch'io sento nel mio animo risonare, io ne possa in questi scritti lasciare alcun vestigio, e che altri possa giungere alla perfezione, chè "Poca favilla gran fiamma seconda". 
Io veramente nei tempi che fioriva in Firenze la virtuosissima Camerata dell'Illustrissimo Signor Giovanni Bardi de' Conti di Vernio, ove concorreva non solo gran parte della nobiltà, ma ancora i primi musici et ingegnosi uomini, e Poeti e Filosofi della Città, avendola frequentata anch'io, posso dire d'avere appreso più dai loro dotti ragionari, che in più di trent'anni non ho fatto nel contrappunto; imperò che questi intendentissimi gentiluomini m'hanno sempre confortato, e con chiarissime ragioni convinto, a non pregiare quella sorte di musica, che non lasciando bene intendersi le parole, guasta il concetto et il verso, ora allungando et ora scorciando le sillabe per accomodarsi al contrappunto, laceramento della Poesìa, ma ad attenermi a quella maniera cotanto lodata da Platone et altri Filosofi, che affermarono la musica altro non essere che la favella e'l rithmo et il suono per ultimo,  e non per lo contrario, à volere che ella possa penetrare nell'altrui intelletto e fare quei mirabili effetti che ammirano gli scrittori, e che non potevano farsi per il contrappunto nelle moderne musiche: e particolarmente cantando un solo sopra qualunque strumento di corde, che non se ne intendeva parola per la moltitudine di passaggi, tanto nelle sillabe brevi quanto lunghe, et in ogni qualità di musiche, pur che per mezzo di essi fussero dalla plebe esaltati e gridati per solenni cantori. Veduto adunque, si com'io dico, che tali musiche e musici non davano altro diletto fuor di quello che poteva l'armonia dare all'udito solo, poi che non potevano esse muovere l'intelletto senza l'intelligenza delle parole, mi venne pensiero introdurre una sorte di musica, per cui altri potesse quasi che in armonia favellare, usando in essa (come altre volte ho detto) una certa nobile sprezzatura di canto, trapassando talora per alcune false, tenendo però la corda del basso ferma, eccetto che quando io me ne volea servire all'uso comune, con le parti di mezzo tocche dall'istrumento per esprimere qualche affetto, non essendo buone per altro. La onde, dato principio in quei tempi à questi canti per una voce sola, parendo à me che avessero più forza per dilettare e muovere, che le più voci insieme, composi in quei tempi, i madrigali "Perfidissimo volto"; "Vedrò 'l mio Sol"; "Dovrò dunque morire", e simili; e particolarmente l'aria sopra l'Egloga del Sanazzaro "Itene a l'ombra degli ameni faggi", in quello stile proprio, che poi mi servì per le favole che in Firenze si sono rappresentate cantando. I quali Madrigali, et Aria uditi in essa camerata con amorevole applauso et esortazioni ad eseguire il mio presupposto fine per tal camino, mi mossero a trasferirmi à Roma per darne saggio anche quivi: ove fatti udire detti madrigali et aria in casa del signor Nero Neri à molti gentilhuomini, che quivi s'adunavano, e particolarmente al signor Lione Strozzi, tutti possono rendere buona testimonianza quanto mi esortassero a continovare l'incominciata impresa, dicendomi perfino à quei tempi non avere udito mai armonia d'una voce sola, sopra un semplice strumento di corda, che avesse avuto tanta forza di muovere l'affetto dell'animo quanto quei madrigali; sì per lo nuovo stile di essi, come perchè costumandosi anco in quei tempi per una voce sola i madrigali stampati a più voci, non pareva loro, che per l'artifizio delle parti corrispondenti fra loro, la parte sola del soprano di per sola cantata avesse in sè affetto alcuno. Onde ritornato io a Firenze, e considerato che altresì in quei tempi si usavano per i musici alcune canzonette per lo più di parole vili, le quali pareva a me che non si convenissero, e che tra gli uomini intendenti non si stimassero; mi venne anco pensiero, per sollevamento tal volta degli animi oppressi, comporre qualche canzonetta a uso di aria per potere usare in conserto di più strumenti di corde; e comunicato questo mio pensiero a molti gentiluomini della città, fui compiaciuto cortesemente da essi di molte canzonette di misure varie di versi, sì come anche appresso dal signor Gabriello Chiabrera, che in molte copie, et assai diversificate da tutte l'altre ne fui favorito, prestandomi egli grande occasione d'andar variando, le quali tutte composte da me in diverse arie, di tempo in tempo, state non sono poi disgrate eziandio a tutta Italia, servendosi ora di esso stile ciascuno che ha volsuto comporre per una voce sola, e particolarmente qui in Firenze: ove stando io già trenta sette anni a gli stipendi di questi Serenissimi Principi, mercè della loro bontà qualunque ha volsuto ha potuto vedere et udire a suo piacere tutto quello che di continuo ho operato intorno a sifatti studi. Ne i quali, cosi ne madrigali come nelle arie, ho sempre procurata l'imitazione de i concetti delle parole, ricercando quelle corde più e meno affettuose, secondo i sentimenti di esse, e che particolarmente avessero grazia, avendo ascosto in esse quanto più ho potuto l'arte del contrappunto, e posato le consonanze nelle sillabe lunghe, e fuggito le brevi et osservato l'istessa regola nel fare i passaggi: benché per un certo adornamento io abbia usato talora alcune poche crome, fino al valor di un quarto di battuta o una mezza il più sopra sillabe brevi per lo più, le quali, perchè passano tosto e non sono passaggi ma un certo accrescimento di grazia, si possono permettere, et anco per che il giudicio speciale fa ad ogni regola patire qualche eccezione. 


Ma, perchè di sopra io ho detto essere malamente adoperati quei lunghi giri di voce, è d'avvertire che i passaggi non sono stati ritrovati per che siano necessarii alla buona maniera di cantare, ma credo io piuttosto per una certa titillazione a gli orecchi di quelli che meno intendono che cosa sia cantare con affetto; chè, se ciò sapessero, indubitatamente i passaggi sarebbero abborriti, non essendo cosa più contraria di loro all'effetto. Onde per ciò ho detto malamente adoprarsi que' lunghi giri di voce, però che da me sono stati introdotti così per servirsene in quelle musiche meno affettuose, e sopra sillabe lunghe, e no brevi, et in cadenze finali; non facendo di mestieri nel resto intorno alle vocali altra osservanza per detti lunghi giri se non che la vocale "u" fa miglior effetto nella voce del soprano che del tenore, e la vocale "i" meglio nel tenore che la vocale "u"; essendo le rimanenti tutte in uso comune, sebbene più sonore le aperte che le chiuse, come anco più proprie e più facili per esercitare la disposizione. Et acciò che ancora, seppure si debbono questi giri di voce usare, si facciano con qualche regola nelle mie opere osservata, e non a caso sulla pratica del contrappunto, onde sarebbe di mestieri pensarli prima nelle opere che altri vuol cantar solo, e fare maniera in essi, ne promettersi che il contrappunto sia bastevole: però che alla buona maniera di comporre e cantare in questo stile serve molto più l'intelligenza del concetto e delle parole, il gusto e l'imitazione di esso così nelle corde affettuose come nello esprimerlo con affetto cantando, che non serve il contrappunto; essendomi io servito di esso per accordar solo le due parti insieme e sfuggire certi errori notabili, e legare alcune durezze più per accompagnamento dello affetto che per usar arte; sì come anco si vede, che migliore effetto farà e diletterà più un'aria o un madrigale in cotale stile composto su 'l gusto del concetto delle parole datele, che abbia buona maniera di cantare, che non farà un altro con tutta l'arte del contrappunto; di che non si potrà rendere migliore ragione che la prova istessa. Tale adunque furono le cagioni, che m' indussero a simile maniera di canto per una voce sola: e dove, et in che sillabe et vocali si deono usare i lunghi giri di voce. Resta ora a dire perchè il crescere e scemare della voce, l'esclamazioni, trilli e gruppi, e gli altri effetti sopra detti siano indifferentemente usati, perocchè allora si dicono usarsi indifferentemente ogni volta che altri se ne serve tanto nelle musiche affettuose, ove più si richieggono, quanto nelle canzonette a ballo. La radice del qual difetto (se non m'inganno) è cagionata perchè il musico non ben possiede prima quello che egli vuol cantare: e se ciò fosse, indubitatamente non incorrerebbe in cotali errori, sì come più facilmente incorre quel tale, che formatosi una maniera di cantare, verbi grazia, tutta affettuosa con una regola generale, che nel crescere e scemare della voce, e nelle esclamazioni sia il fondamento di esso affetto, sempre se ne serve in ogni sorte di musica, non discernendo se le parole il richieggono; là dove coloro, che bene intendono i concetti e i sentimenti delle parole conoscono i nostri difetti, e sanno distinguere ove più e meno si richieggia esso affetto: a' quali si deve procurare con ogni studio di sommamente piacere, e pregiare più la lode loro che l'applauso del vulgo ignorante. 

 

Quest'arte non patisce la mediocrità, e quanto più squisitezze per l'eccellenza sua sono in lei, con tanta più fatica e diligenza le dovemo noi, professori di essa, ritrovare con ogni studio et amore; il quale amore ha mosso me (vedendo io che dalli scritti abbiamo lume d'ogni scienza e d'ogni arte) a lasciarne questo poco di spiraglio nelle note appresso, e discorsi: intendendo io di mostrare quanto appartiene a chi fa professione di cantar solo sopra l'armonia di chitarrone o d'altro strumento di corde, pur che già sia introdotto nella teorica di essa musica, e suoni a bastanza. Non già che ella non si acquisti in qualche parte anco per lunga pratica, come si vede che hanno fatto molti, e uomini e donne, sino a un certo segno però; ma perchè la teorica di questi scritti sino al segno sopraddetto fa di mestieri. E perchè nella professione del cantante (per eccellenza sua) non servono solo le cose particolari, ma tutte insieme la fanno migliore, per procedere adunque con ordine dirò, che i primi et più importanti fondamenti sono l'intonazione della voce in tutte le corde, non solo, che nulla non manchi sotto, o cresca di vantaggio, ma abbia la buona maniera, come ella si deve intonare, la quale per essere usata per lo più in due, vedremo e l'una e l'altra, e con le infrascritte note mostreremo quella, che a me parrà più propria per gli altri effetti, che appresso ne seguono. Sono adunque alcuni, che nell'intonazione della prima voce intonano una terza sotto, et alcuni altri detta prima nota nella propria corda, sempre crescendola, dicendosi questa essere la buona maniera per mettere la voce con grazia: la quale, in quanto alla prima, per non essere regola generale, poi che in molte consonanze ella non accorda, benché ov'ella si possa anco usare, è divenuta ormai maniera cotanto ordinaria, che invece d'aver grazia (perchè anco alcuni si trattengono nella terza sotto troppo spazio di tempo, ov'ella vorrebbe a pena essere accennata) direi ch'ella fosse più tosto rincrescevole all'udito, e che per li principianti particolarmente ella si dovesse usare di rado, e come più pellegrina, mi eleggerei in vece di essa la seconda del crescere la voce. Ma perchè io non mi sono mai quietato dentro a i termini ordinarii et usati da gli altri, anzi sono andato sempre investigando più novità a me possibile, pur che la novità sia stata atta a poter meglio conseguire il fine del musico, cioè di dilettare e muovere l'affetto dell'animo, ho trovato essere maniera più affettuosa lo intonare la voce per contrario effetto all'altro, cioè intonare la prima voce scemandola, però che l'esclamazione, che è mezzo più principale per muovere l'affetto (et l'esclamazione propriamente altro non è, che nel lassare della voce rinforzandola alquanto) et tale accrescimento di voce nella parte del soprano, massimamente nelle voci finte, spesse volte diviene acuto, et impatibile all'udito, come in più occasioni ho udito io. Indubitatamente adunque, come affetto più proprio per muovere, miglior effetto farà l'intonare la voce scemandola, che crescendola; però che nella detta prima maniera, crescendo la voce per far l'esclamazione, fa di mestiero poi nel lasciar di essa crescerla di vantaggio: e però ho detto ch'ella apparisce sforzata e cruda. Ma tutto il contrario effetto farà nello scemarla, poi che nel lassarla, il darle un poco più spirto la renderà sempre più affettuosa; oltre che, usando anco tal volta or l'una et or l'altra, si potrà variare, essendo molto necessaria la variazione in quest'arte, purché ella sia indiritta al fine detto. Di maniera che, se questa è quella maggior parte della grazia nel cantare atta a poter muovere l'affetto dell'animo in quei concetti di vero ove più si conviene usare tali affetti, e se si dimostra con tante vive ragioni, ne viene in conseguenza di nuovo, che da gli scritti s'impara altresì quella grazia più necessaria che in miglior maniera e maggior chiarezza per sua intelligenza non si può descrivere, e nondimeno si può acquistare perfettamente, pur che dopo lo studio della teorica e regole dette, si ponga in atto quella pratica [per] la quale in tutte le arti si diviene più perfetto, ma particolarmente nella professione e del perfetto cantore e della perfetta cantatrice


Di quello adunque, che possa essere, con maggiore minor grazia intonato nella maniera detta, se ne può fare esperienza nelle soprascritte note con le parole sotto "Cor mio deh non languire"; però che nella prima minima col punto si può intonare "Cor mio" scemandola a poco a poco, nel calar della semiminima crescere la voce con un poco più spirito, e verrà fatta l'esclamazione assai affettuosa per la nota anco, che cala per grado; ma molto più spiritosa apparirà nella parola deh, per la tenuta della nota, che non cala per grado, come anco soavissima poi per la ripresa della sesta maggiore, che cala per salto. Il che ho volsuto osservare, per mostrare altrui, non solo che cosa è esclamazione, e donde nasca, ma che possono essere ancora di due qualità una più affettuosa dell'altra, sì per la maniera con la quale sono descritte, o intonate nell'un modo o nell'altro, come per imitazione della parola quando però ella darà significato con il concetto: oltre che l'esclamazioni in tutte le musiche affettuose per una regola generale si possono sempre usare in tutte le minime e semiminime col punto per discendere, e saranno vie più affettuose per la nota susseguente che corre, che non faranno nelle semibrevi nelle quali darà più luogo il crescere e scemare della voce senza usar le esclamazioni: intendo per conseguenza che nelle musiche ariose, o canzonette a ballo, invece di essi affetti, si debba usar solo la vivezza del canto, il quale suole essere trasportato dall'aria istessa, nella quale, benché talora vi abbia luogo qualche esclamazione, si deve lasciare l'istessa vivezza, e non porvi affetto alcuno che abbia del languido. Il perchè noi venghiamo in cognizione quanto sia necessario per il musico un certo giudizio, il quale suole prevalere talvolta all'arte. Come altresì possiamo ancora conoscere dalle soprascritte note quanta maggior grazia abbiano le prime quattro crome sopra la seconda sillaba della parola languire, così rattenute dalla seconda croma col punto, che le ultime quattro uguali, così descritte per esempio. Ma perchè molte sono quelle cose, che si usano nella buona maniera di cantare che per trovarsi in esse maggior grazia, descritte in una maniera, fanno contrario effetto l'una dall'altra, onde si dice altrui cantare con più grazia o men grazia, mi faranno ora dimostrare prima, in che guisa è stato descritto da me il trillo et il gruppo, e la maniera usata da me per insegnarlo a gli interessati di casa mia, et inoltre poi tutti gli altri effetti più necessarii a ciò non resti squisitezza da me osservata che non si dimostri.


Il trillo, descritto da me sopra una corda sola, non è stato per altra cagione dimostrato in questa guisa, se non perchè nello insegnarlo alla mia prima moglie et ora all'altra vivente, con le mie figliuole, non ho osservato altra regola che la stessa nella quale è scritto, e l'uno e l'altro, cioè il cominciarsi della prima semiminima, e ribattere ciascuna nota con la gola sopra la vocale 'a' fino all'ultima breve, e somigliantemente il gruppo, il qual trillo e gruppo quanto con la suddetta regola fosse appreso in grande eccellenza dalla mia moglie passata lo lascerò giudicare a chiunque ne' suoi tempi l'udì cantare, come altresì lascio nel giudizio altrui, potendosi udire, in quanta squisitezza sia fatta dall'altra mia vivente: che se vero è che l'esperienza sia maestra di tutte le cose, posso con qualche sicurezza affermare e dire non si potere usare miglior mezzo per insegnarlo, nè miglior forma per descriverlo; come si è espresso e l'uno e l'altro.
Il quale trillo e gruppo, per essere scala necessaria a molte cose che si descrivono e sono effetti di quella grazia che più si ricerca per ben cantare e, come sopra è detto, scritte in una maniera o in altra fanno il contrario effetto di quello che fa di mestieri, mostrerò non solo come si possono usare, ma eziamdio tutti essi effetti descritti in due maniere con l'istesso valor delle note, acciò tuttavia venghiamo in cognizione, come sopra si è replicato più volte, che da molti scritti insieme con la pratica si possono imparare tutte le squisitezze di questa arte. 


Poiché per le note sopra scritte in due maniere veggiamo d'aver più grazia il numero secondo, che il numero primo, acciò adunque ne possiamo far migliore esperienza, saranno qui appiè descritte alcune di esse con la parola sotto et insieme il Basso per lo Chitarrone, e tutti i passi affettuosissimi con la pratica de' quali altri potrà esercitarsi in loro: et acquistarne ogni maggior perfezione. 




E perchè negli ultimi due versi sopra le parole "Ahi dispietato amor", in aria di romanesca e nel madrigale appresso "Deh dove son fuggiti" sono dentro tutti i migliori affetti, che si possono usare intorno alla nobiltà di questa maniera di canti, gli ho voluti perciò descrivere; si per mostrare dove si deve crescere e scemare la voce, a fare l'esclamazioni, trilli e gruppi, et in somma tutti i tesori di quest'arte, come anco per non essere necessitato altra volta a dimostrar ciò in tutte le opere che appresso seguiranno: et acciochè servano per esempio in riconoscere in esse musiche i medesimi luoghi, ove saranno più necessari secondo gli affetti delle parole; avvenga che nobile maniera sia così appellata da me quella che va usata senza sottoporsi a misura ordinata, facendo molte volte il valor delle note la metà meno secondo i concetti delle parole, onde ne nasce quel canto poi in sprezzatura, che si è detto; là dove poiché sono tanti gli effetti da usarsi per l'eccellenza di essa arte, ne è tanto necessaria la buona voce per essi quanto la respirazione del fiato per valersene poi che egli deve cantar solo sopra chitarrone, altro strumento di corde, senza essere forzato accomodarsi ad altri che a se stesso, si elegga un tuono, nel quale possa cantare in voce piena e naturale per isfuggire le voci fìnte; nelle quali per fìngerle, o almeno nelle forzate, occorrendo valersi della respirazione per non discoprirle molto (poiché per lo più sogliono offendere l'udito, e di essa è pur necessario valersi per dar maggiore spirito al crescere e scemare della voce, alle esclamazioni e tutti gli altri effetti che abbiamo mostrati), faccia sì che non gli venga meno poi, ove è bisogno. Ma dalle voci fìnte non può nascere nobiltà di buon canto: che nascerà da una voce naturale comoda per tutte le corde, la quale altrui potrà maneggiare a suo talento, senza valersi della respirazione per altro, che per mostrarsi padrone di tutti gli affetti migliori che occorrono usarsi in siffatta nobilissima maniera di cantare, l'amor della quale e generalmente di tutta la musica acceso in me per inclinazione di. natura, e per gli studi di tanti anni, mi scuserà se io mi fosse lasciato trasportar più oltre, che forse non conveniva a chi non meno stima lo imparare, che il comunicar lo 'mparato, et alla reverenza che io porto a tutti i professori di quest'arte. La quale bellissima essendo, e dilettando naturalmente, allora si fa ammirabile e si guadagna interamente l'altrui amore, quando coloro che la posseggono e con lo insegnare e col dilettare altrui esercitandola spesso, la scuoprono e appalesano per un esempio, e una sembianza vera di quelle inarrestabili armonie celesti, dalle quali derivano tanti beni sopra la terra, svegliandone gli intelletti uditori alla contemplazione dei diletti infiniti in Cielo somministrati.


Conciosiachè io abbia costumato in tutte le mie musiche che son fuori in penna di denotare per i numeri sopra la parte del Basso le terze e le seste maggiori ove è segnato il diesis o minori il "b molle", e similmente, che le settime altre dissonanti siano per accompagnamento delle parti di mezzo; resta ora il dire, che le legature nella parte del Basso in questa maniera sono state usate da me, perchè dopo la consonanza si ripercuota solo la corda segnata, essendo ella la più necessaria (se io non erro) nella propria posta del Chitarrone, e la più facile da usarsi e da farsi pratica in essa, essendo quello strumento più atto ad accompagnare la voce, e particolarmente quella del Tenore, che qualunque altro; lasciando nel rimanente in arbitrio di chi più intende, il ripercuotere con il Basso quelle corde, che possono essere il migliore intendimento loro, che più accompagneranno la parte che canta sola, non si potendo fuori della 'ntavolatura, per quanto io conosco, descriverlo con più facilità (1).

Ma intorno a dette parti di mezzo si è veduta osservanza singolare in Antonio Naldi, detto il Bardella, gratissimo servitore a queste Altezze 'Serenissime, il quale sì come veramente ne è stato l'inventore, così è reputato da tutti per lo più eccellente che sino a nostri tempi abbia mai sonato di tale strumento, come con loro utilità fanno fede i professori e quelli che si dilettano nell'esercizio del Chitarrone; se già egli non avvenisse a lui quello che ad altri più volte accaduto è: cioè che altri si vergognasse l'avere imparato dalle discipline altrui, come se ciascuno potesse dovesse essere inventore di tutte le cose, e come se e' fusse tolto all'ingegno degli uomini di poter sempre andar ritrovando nuove discipline ad argumento di propria gloria, et al giovamento comune.

Lo Stampatore a' Lettori.

La dilazione del tempo dal dì della dedicatoria di quest'opera, che fu al primo di febbraio, sino a questo ultimo di giugno, nel quale e sottoscritta la licenzia dei
Superiori, apparirebbe e lunga e difforme se il discreto Lettore non fusse avvertito che dopo il cominciamento della stampa la lunga infermità dell'autore, e la infermità e morte di Giorgio Marescotti mio Padre, sono state vere cagioni e spiacevoli di diversificare i giorni e le date.

(1) Qui termina nell'edizione del 1615.



Circa dodici anni più tardi, nel 1614, Caccini riparlerà di canto, nella successiva raccolta intitolata "Nuove musiche e nuova maniera di scriverle", costituita da 36 brani:

1. A quei sospir ardenti - 2. Alme luci beate - 3. Se in questo scolorito languido volto - 4. S'io vivo, anima mia - 5. Se ridete gioiose - 6. Ohimè, begli occhi - 7. Dite o del foco mio - 8. O' dolce fonte del mio pianto - 9. Ch'io non t'ami cor mio - 10. Hor che lungi da voi - 11. Pien d'amoroso affetto - 12. Amor l'ali m'impenna - 13.  Se voi lagrime a pieno - 14. Vaga su spin'ascosa - 15. La bella man vi stringo - 16. Tutto 'l dì piango - 17. In tristo umor - 18. Lasso, che pur - 19. Più l'altrui fallo - 20. Torna, deh torna : romanesca - 21. Io, che l'età solea viver nel fango - 22. Di seguir falso duce - 23. E poi ch'a mortal rischio - 24. Reggami per pietà - 25. Deh chi d'alloro - 26. Già non l'allaccia - 27. Mentre che fra doglie e pene - 28. Non ha 'l ciel cotanti lumi - 29. Amor ch'attendi - 30. O piante, o selve ombrose - 31. Tu ch'hai le penne Amore - 32. Al fonte, al prato - 33. Aur'amorosa - 34. O che felice giorno - 35. Dalla porta d'oriente - 36. con le luci d'un bel ciglio 


Ai discreti lettori.

Molti anni avanti che io mettessi alcuna delle mie opere di musica, per una voce sola, alla stampa, se ne eran vedute fuora molte altre mie, fatte in diversi tempi et occasioni, delle quali furono più note la musica che io feci nella favola della "Dafne" del Sig. Ottavio Rinuccini, rappresentata in casa del Sig. Jacopo Corsi d'onorata memoria, à quest'Altezze Serenissime et altri Principi; mà le prime che io stampassi furon le musiche fatte l'anno 1600 nella favola dell'Euridice, opera del medesimo autore: e furon le prime che si vedesser date in luce in Italia da qualunque compositore di tale stile à una voce sola; diedi appresso fuore l'anno 1601 quelle che io intitolai "Le nuove musiche" e con quelle pubblicai un discorso, nel quale si contiene (s'io non erro) tutto quello che può desiderare chi professi di cantar solo. E veduto al presente quanto l'universale abbracci e gradisca questa mia maniera di cantar solo, la quale io scrivo giustamente, come si canta, e quanto sia preferito à gli altri per lo spaccio che di tal opere hanno avuto gli stampatori, e considerato quanto, oltre al cantar solo, sia stata gradita la maniera delle musiche dei cori di dette favole, e l'invenzione di essi, e d'altre favole fatte poi, dove parimenti ho fatto diverse arie secondo che richiedevano i diversi affetti di tali cori, chiare e armoniose, mi son resoluto a stampar di nuovo quest'altre mie, alcune delle quali sono scritte nell'istessa maniera, che conviene che siano cantate, avendo segnato sopra la parte, che canta, e trilli e gruppi et altri nuovi affetti non più veduti per le stampe, e con passaggi più proprij per la voce: ne i quali passaggi per hora non hò voluto mostrare altra varietà in essi, essendomi questi parsi a bastanza per vero esercizio in quest'arte, non havendo havuto riguardo à replicar più volte i medesimi, potendo esser questi scala ad altri più difficili, come ad altro tempo si mostrerà. Alcune ce n'ho inserte, le quali tal'ora cantano in voce di tenore e tal'hora di basso, con passaggi più propri per amendue le parti: e queste per uso di chi havesse talento dalla natura di ricercare gli estremi di esse voci, essendo necessario in detta parte di basso nelle semiminime e crome col punto, che discendono per grado, trillarne or l'una et or l'altra, per darne maggior grazia, forza e spirito, e per darsi bravura e ardire, che più si ricerca in detta parte, e nella quale vi si richiede assai meno l'affetto, che nella parte del tenore. In quanto alla misura o larghezza da osservarsi in dette arie, secondo che è maggiore la gravità da usarsi conforme à gli affetti delle parole, e altri movimenti della voce, più nell'una che nell'altra parte, io me ne rimetto al giudizio del cantante et insieme al mio stampato discorso del 1601.
Hò segnato sopra il Basso da sonarsi, e terze e seste maggiori e minori indifferentemente, tanto per B quadro quanto per B molle, et ogni altra cosa più necessaria, per rendermi più facile à li manco perìti, che havessero gusto di esercitarsi in esse. Ricevetele, cortesi lettori, con quello affetto, che io ve le porgo, e vivete felici: ecc.

Alcuni avvertimenti.

Tre cose principalmente si convengon sapere da chi professa di ben cantare con affetto, solo.
Ciò sono lo affetto, la varietà di quello, e la sprezzatura: lo affetto in chi canta altro non è che la forza di diverse note e di vari accenti co'l temperamento del piano e del forte; una espressione delle parole e del concetto, che si prendono à cantare, atta à muovere affetto in chi ascolta. La varietà nell'affetto è quel trapasso che si fa da uno affetto in un'altro co'medesimi mezzi, secondo che le parole e'1 concetto guidano il cantante successivamente: e questa è da osservarsi minutamente, acciocché con la medesima veste (per dir così) uno non togliesse à rappresentare lo sposo e'1 vedovo.
La sprezzatura è quella leggiadria la quale si dà al canto co'1 trascorso di più crome e semicrome sopra diverse corde, co'1 quale, fatto à tempo, togliendosi al canto una certa terminata angustia e secchezza, si rende piacevole, licenzioso e arioso, sì come nel parlar comune la eloquenza, e la fecondia rende agevoli, e dolci le cose di cui si favella. Nella quale eloquenza alle figure e à i colori rettorici assimiglierei i passaggi, i trilli e gli altri simili ornamenti, che sparsamente in ogni affetto si possono tal'ora introdurre. Conosciutesi queste cose, crederò con l'osservazione di questi miei componimenti, che chi havrà disposizione al cantare, potrà per avventura sortir quel fine, che si desidera nel canto specialmente, che è il dilettare.


Fonti consultate:

Giulio Caccini - "Le nuove musiche" (1601, 1614)

"Le origini del melodramma" - Testimonianze dei contemporanei raccolte da Angelo Solerti - Torino, Fratelli Bocca, 1903