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venerdì 8 giugno 2018

La preziosa scuola di canto italiana: Enzo Dara racconta la sua esperienza

Ho avuto modo di conoscere Enzo Dara alcuni anni fa a Parma, quando ero Allieva della Fondazione Toscanini, verso la parte finale dei miei studi di canto. Nella sua masterclass, che durò tre giorni, (nella quale venne a salutarci anche Virginia Zeani di cui oltre che le interpretazioni magnifiche sicuramente non dimenticherò mai lo sguardo), credo di aver imparato - sui movimenti in scena in relazione al ritmo musicale - più che nel resto di tutta la mia vita.
Vedere quest'uomo sillabare Rossini, con un bastone in mano, e muoversi in modo perfetto, seguendo l'andamento della Musica e catturare in modo magnetico l'attenzione di tutti i presenti, fu un'esperienza illuminante.

Amor rende sagace di Cimarosa, Regia di Enzo Dara -  Scene  di Emanuele Luzzati - Bologna, 1993

E' per questo che credo fermamente che l'esempio diretto, nel discorso della didattica vocale e scenica del Canto, sia fondamentale, ed è per questo che inquinamenti acustici e scenici che fanno dell'attuale panorama operistico spesso una gara a chi grida di più e una escalation di vandaliche scene molto vicine al cinema a luci rosse, vadano combattute e condannate in modo serio.

Perché il TEATRO DELL'OPERA prima di tutto è arte, cesello, morbidezza, tecnica vocale perfetta, anima e cuore, parola e scena teatrale, e non è cinema.
 

E' dunque preferibile vedere e ascoltare meno divi e più artisti, i grandi che hanno fatto la storia del teatro dell'opera erano divi di diritto, astri luminosi perché, prima di tutto, erano sommi artisti, anche non bellissimi (non ditemi che Caruso, la Cerquetti, o la Tetrazzini fossero così tanto "piacioni"), ma l'olimpo dell'Opera l'hanno fatto loro e quelli come loro, e a simili standard qualitativi dobbiamo mirare.

Ma torniamo a Dara: persona serissima a livello comunicativo, si trasformava sulla scena, e anche con pochi movimenti era impossibile non ridere, per cui una voce non troppo stentorea, che per alcuni era una lacuna, si dimenticava, letteralmente, per la finezza delle sue movenze sceniche, frutto di studio intelligente e capace.



Mi sembra utilissimo spunto di riflessione condividere un importante pensiero su come affrontare, tecnicamente lo studio del canto, tratto dal libro scritto dallo stesso Enzo Dara, "Anche il buffo nel suo piccolo - Personaggi tra il rigo".

Segue una traduzione in lingua inglese per cui ringraziamo sentitamente il Basso Ville Lignell.

Buona lettura a tutti! 

M° Astrea Amaduzzi 


Il metodo della "vecchia scuola italiana" come salvezza delle voci - nella testimonianza del 'basso buffo' mantovano Enzo Dara

Il mio Maestro (Bruno Sutti) procedeva all'impostazione della voce con molta cautela, dedicando mesi e mesi ai vocalizzi prima di affrontare la frase di un'aria, una romanza (...) Ricordo che mi diceva: "Respira bene..., così" (...) "Non tenere troppo alta la lingua" (...) E ancora: "Il passaggio della tua voce è sul do diesis-re naturale al massimo, ma lo devi preparare prima, altrimenti lo si avverte troppo". E a volte sbuffando: "Se canti ancora il mi naturale così, finirai con il romperti la voce".
Finalmente un giorno, quando avevo già perso le speranze, mi dice di portare le arie antiche. "Per vedere come te la cavi" mi gettò lì sornione. Così eccomi arrivare alla scuola di canto con gli spartiti di Caldara e Mozart, Beethoven e Pergolesi, Carissimi e Bach. A dire il vero avrei preferito cantare tutte quelle belle arie per basso che udivo agli spettacoli della stagione lirica al Sociale, quelle di "Ernani" e "Don Carlo", "Salvator Rosa" e "Nabucco", "Norma" e "Simon Boccanegra". Niente di tutto questo, mesi e mesi di arie antiche, molto belle, per carità, ma che non mi realizzavano pienamente. Più tardi capii in pieno la bellezza di questo repertorio e l'importanza di farlo studiare ai giovani cantanti. Quando gli confidai le mie aspirazioni mi disse chiaro e tondo che il repertorio drammatico dovevo scordarmelo per sempre, in quanto la mia voce non se lo poteva permettere. (...) più avanti con lo studio avrei potuto aspirare al repertorio di basso - baritono brillante, buffo, "con cla faccia da ridar ca ta't trövi"; molto elegante. Se penso a quanti cantanti ancora giovani sono in crisi per aver affrontato prematuramente un repertorio troppo spinto, devo proprio benedire il mio Maestro.
Venne così il giorno in cui potei cantare di nuovo "La calunnia", ma enorme fu la mia delusione nel sentire che non avevo più la potenza vocale di un tempo (...) "Vedi", mi disse calmo il Maestro di fronte alla mia delusione "prima tu gridavi, ora canti. Se ti va bene così, meglio, altrimenti 'aria', cioè: te ne puoi anche andare". E' ovvio che mi andò bene così. Il miracolo dell'impostazione della voce era avvenuto.

Enzo Dara è Dulcamara (1991)
Bruno Sutti era un grande impostare di voci e lo posso dire con cognizione di causa in quanto frequentavo quasi tutti i giorni la sua casa non solamente per prendere lezioni ma anche per assistere a quelle degli altri allievi. Ho notato che ai giovani anche meno dotati Sutti riusciva a impostare la voce in modo dignitoso, facendola gradevolmente timbrare, riuscendo a ottenere una piacevole vocalità. Sutti era sempre alla ricerca del bel suono, amava molto le belle voci (...) Mai una voce è stata rovinata dalla sua scuola, mai una voce è andata perduta. Un'impostazione, quella del Sutti, legata soprattutto alla respirazione, alla copertura dei suoni acuti, al passaggio obbligato. (...) il suo metodo proveniva direttamente dalla "vecchia scuola italiana". Inoltre aveva un grande orecchio e ancora prima che un cantante emettesse una stonatura ne avvertiva l'arrivo, come in una premonizione di suono. Ovviamente avvertiva che il cantante stava cambiando posizione, e quindi la stonatura era inevitabile. Non gli si poteva chiedere "il perché e il per come" di tutto questo: andava fatto così e basta! Non amava perdersi in spiegazioni tecnico-scientifiche, faceva però chiari esempi con la sua intonatissima voce (...) Bisognava aver fiducia in lui e farglielo capire. Molti allievi, però, appena raggiunta con la scuola una buona tecnica, scappavano per entrare in altre scuole più famose e maggiormente ammanicate con l'ambiente musicale. Ecco perché Bruno Sutti ebbe pochissimi allievi che terminarono gli studi con lui e calcarono le scene, e penso che l'unico allievo che abbia fatto carriera e sia rimasto con lui fino alla sua fine, sono stato io.

(da: Enzo Dara - "Anche il buffo nel suo piccolo - Personaggi tra il rigo" - Gioiosa Editrice, 1994)


The old method of the "Old Italian School" to save the voices. The testimonial of the Mantuan buffo bass Enzo Dara.

"My teacher Bruno Sutti took very cautious steps with the vocal education by dedicating months after months to vocalises before letting me try one single phrase of an aria or of an art song. I remember how he told "Breathe well, just that way..." or "Don't keep your tongue that high..." or "The passaggio of your voice is around C sharp or at maximum D; however, you will have to prepare it way before, otherwise it will be too audible". And sometimes snortingly "if you sing an E like that you'll end up breaking your voice!".

Finally one day, when I had lost all hope, he told me to bring some classical arias "just in order to see if you'll make it". And I went to the lessons with scores of Caldara and Mozat, Beethoven and Pergolesi, Carissimi and Bach. Honestly, I would have preferred to sing all those beautiful bass arias I heard during the season at the Teatro Sociale, from Ernani, Don Carlo, Salvator Rosa, Nabucco, Norma and Simon Boccanegra. I got nothing of this, only early music and classical arias month after month. For heaven's sake, they were beautiful but I did not feel fulfilled with them. Only later I understood the beauty of this repertory and how important it is for the beginners. 


When I told him about my dreams he said outright that I would have to forget the dramatic repertory forever: my voice was just not suitable for it! After further studies I might have aimed for the elegant comic bass and baritone repertory "with that funny face you have". When I think about the young singers in crisis due to heavy repertory undertaken way too early, I can only bless my teacher.

The day arrived when I was able to retry "La calunnia" from the Barber of Seville. To my great delusion I did not feel the vocal strength of the past. Perceiving my disappointment Sutti said calmly: "You see, before you screamed, now you sing. If this is good for you, perfect. Otherwise, 'aria' (you can go)". Obviously the reached result was perfect for me. The miracle of putting my voice on the track was a reality.

Bruno Sutti was a great voice teacher and I can state this by having visited his home almost daily; not only for my lessons but also to listen to his other students. I heard how he was able to guide even less talented voices by creating a pleasant timbre and vocal quality. Sutti was always looking for the beautiful sound, he loved the beautiful voices. Not one single voice was ruined by his school, not one voice was lost. Sutti's technique was connected to breath support, he taught to cover the high notes and having correct 'passaggio' was mandatory. His method was direct offspring of the old Italian school. Furthermore, he had the rear ability to perceive whenever a singer was about to sing off the pitch; he felt a premonition that such a note was on the way. Obviously he perceived that the singer had changed the position which inevitably lead to cracking the voice. There was no way to inquire "why or "how", this was the way to do it and 'basta'! He did not like to get abandoned in technical-scientific clarifications. He loved to produce examples with his perfectly tuned voice. You just had to trust him and make him feel you trusted him.

Unfortunately many pupils left his school right after having achieved a good technique, in order to follow more popular teachers with better connections with the musical environment. This is the reason why Bruno Sutti had only a handful of pupils who completed the studies under his guidance up to the moment of their operatic debut. And I assume to have been his only pupil who had a career but stayed with him until his end."

(Enzo Dara - "Anche il buffo nel suo piccolo - Personaggi tra il rigo" - Gioiosa Editrice, 1994)




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sabato 25 luglio 2015

Uno straordinario metodo per Baritoni

Cari amici, oggi abbiamo il piacere di fare un regalo a tutti i Baritoni:

Alessandro Busti (1799-1859)
- Studio di canto per baritono (Napoli, Cottrau, 1874) - 




Alessandro Busti,  allievo del castrato Girolamo Crescentini, è stato un tenore, maestro di canto e prolifico compositore italiano di lavori sacri, così come di trattati, tra i quali "Studio di canto per baritono" (1874).

Fu il creatore del ruolo del Duca d'Alziras ne "La zingara" di Donizetti ed insegnante di canto al Real Conservatorio di Napoli. Tra i suoi allievi: Alfonso Buonomo (compositore di una decina di opere liriche), Gaetano Braga (compositore e violoncellista che ai suoi scolari raccomandava, prima di prendere in mano il violoncello, di studiare il "belcanto" per saper "ben cantare" sullo strumento), Vincenzo Curti (pianista), Nicolò Gabrielli, Erennio Gammieri, così come il famoso tenore Raffaele Mirate (il creatore del ruolo verdiano del Duca di Mantova nella prima assoluta di "Rigoletto" del 1851) e il celebre baritono Filippo Coletti (creatore di ruoli verdiani quali Gusmano nella "Alzira" e di Francesco ne "I Masnadieri", come anche di Donizetti, Mercadante e Pacini), uno dei tre baritoni principali dell'Ottocento, con Antonio Tamburini e Giorgio Ronconi, antico modello di "Baritono verdiano". Verdi revisionò il ruolo di Germont ne "La traviata" per Coletti, la cui interpretazione ridefinì il ruolo così come è conosciuto oggigiorno.  
Il Baritono Filippo Coletti
Scrive Busti, proprio al principio della prefazione a questa sua opera didattica, a motivazione di questa versione per baritono, la seguente spiegazione: "La favorevole accoglienza fatta alla mia Opera Didascalica di Canto già composta appositamente per gli alunni del Real Collegio di Musica di Napoli, e le reiterate richieste avute perché, trovandosi questa composta per voce di Soprano, lo fosse per tutte le voci, mi hanno indotto a portare alcuni cambiamenti necessari all'uopo, e lo Stabilimento Cottrau ne ha di già pubblicato la riduzione per tutte le sei voci."

Più avanti, dichiarando il fine di questo suo metodo, continua dicendo: "Lo scopo di quest'Opera è precipuamente quello di preparare l'allievo nello studio del vocalizzo, assolutamente necessario per ben cantare.
Egli deve aver sicura la intonazione; e'l diligente Istitutore, studiando i mezzi del medesimo, lo istituirà dapprima a ben mettere la voce sul vero portamento di essa: non dovendo 'strisciare' come da molti si pratica, poiché credono che tal sia il portar la voce. Deve altresì l'Istitutore porre attenzione che l'allievo non isforzi i suoni, e giunga al pieno della voce gradatamente.
Canti 'legato' e non stacchi i suoni, se non quando la frase lo indicherà: e dovendosi tanto eseguire, non tralasci mai di portar la voce; ma, spingendo leggermente il fiato, rendere il suono distinto, come se fosse accentato.
Deve inoltre attendere al modo come adoperar bene la respirazione, cosa principalissima e trascurata, per non renderla pesante, aspirata urtando la gola. Finalmente badi a non ispezzare le frasi, nè le parole, ed i periodi di un canto: come pure dar gradazione al colorito. Quante volte poi dovrà l'allievo cantar con le parole, siano queste ben sillabate, con pronunzia distinta e non affettata.
In ultimo gli deve far eseguire un corso completo di vocalizzo, attendendosi a tal uopo alle composizioni pubblicate de' celebri Aprile, Righini, Crescentini ed altri rinomati Maestri: istruendolo ben' anche nelle diverse maniere di dire il Recitativo, e fargli cantar qualche pezzo classico, per dargli una conoscenza della Musica de' celebri fondatori delle scuola di Canto."

Analizzando la parte pratica degli esercizi vocali del metodo di Busti, si nota immediatamente come egli (dopo due sezioni preparatorie costituite da "elementi di lettura musicale" e ottanta brevi esercizi di "divisione del tempo musicale" a voce sola, nei quali esplora moltissime combinazioni ritmiche diverse) con il primo esercizio vocale con accompagnamento di pianoforte, punti subito all'acquisizione del LEGATO, come egli stesso dice: "Il primo esempio serve per mettere la voce legando un suono con l'altro, col semituono che vi si troverà, nel modo ascendente e discendente."

Partendo dalla "messa di voce" e dall'intervallo di 2nda egli arriva progressivamente addirittura fino a quello di 15esima, con esercizi di preparazione all'esecuzione di tutti gli intervalli!



Interessante come, per ogni esercizio, l'autore indichi sempre in quali punti respirare, come egli stesso precisa: "La intiera respirazione è segnata con due virgolette ,, la metà con una ,".


Seguono i "Ristretti esercizi di canto", da eseguirsi "sempre legato", che prediligono il semitono, e l'esecuzione di tutti gli intervalli come di sequenze d'estese scale diatoniche.




Corpo centrale del metodo di Busti sono le successive "melodie facili e progressive" costituite da 33 Melodie per baritono con accompagnamento di pianoforte, alle quali seguono "Sei Melodie per esercitarsi sugli abbellimenti del canto": "Esercizio pel gruppetto, per l'Appoggiatura, Esercizio per l'Acciaccatura, Esercizio pel modo sincopato, Esercizio pel Trillo, Esercizio per Terzine e Sestine", più 5 vocalizzi accompagnati, da eseguirsi "sempre legato", titolati "Breve esercizio giornaliero per baritono" le cui finalità di studio vengono così descritte: "un piccolo saggio di canto maestoso e vibrato pel canto declamato, onde ben mettere la voce, sostenerne il suono, e svilupparne con gradazione il colorito."


E ancora: "Per l'assiduo esercizio indispensabile al cantante, affin di rendere sempre più pieghevole e di sicura intonazione la sua voce e di ben regolare la respirazione, presento qui poche Melodie, con che lo studioso, tutti i giorni, dopo la scala diatonica non misurata potrà esercitarsi su le grazie del canto, evitando così la noia dello studio sterile uso a praticarsi. Queste Melodie potranno eseguirsi o per parte isolatamente o interamente, facendo ben attenzione ai movimenti ed a tutti i segni così pel colorito come per la respirazione."


A concludere quest'opera didattica di Busti troviamo otto "Melodie per la voce di baritono, scritte espressamente e dedicate all'egregio artista Filippo Coletti dal suo Maestro Alessandro Busti", divise in quattro iniziali e quattro "di perfezionamento", che, toccando tonalità diverse, riassumono un po' tutte le possibilità date alla voce di baritono, alternando tempi lenti a veloci, con diversi tipi di ornamentazioni e colorature, agilità di terzine e quartine, così come varietà di stile e carattere, di ritmi e di dinamiche (dal ppp al ff) richieste all'esecutore, nell'ambito di una estensione totale di dodicesima, procedente dal si bemolle basso al fa bequadro acuto. Come lui scrive: "Gli esempi di perfezionamento servono per rendere più sicuro l'allievo nella giustezza del fraseggiare e dell'accentare."




esempi musicali;

- Aria di Gusmano dalla "Alzira" di Verdi





- Aria di Francesco da "I masnadieri" di Verdi







Potete scaricare questo straordinario Metodo di Canto per Baritoni, di una linea di Scuola squisitamente italiana, direttamente da questo link: BUSTI - STUDIO PER BARITONI

Buono studio a tutti i Baritoni!

M° Astrea Amaduzzi, M° Mattia Peli
Docenti di Belcanto Italiano ®




Masterclass di Canto Lirico con Belcanto Italiano, la migliore Tecnica Vocale della Scuola Italiana! 

Recanati (MC) 12, 13, 14 dicembre 2015
Ravenna 18, 19, 20 dicembre 2015
Roma 8, 9, 10, 11 gennaio 2016

Con Astrea Amaduzzi Soprano & Singing Teacher
e Mattia Peli, Conductor, Pianist & Composer.
- Tecnica Vocale di base e avanzata
- respirazione profonda e sostegno
- postura
-Voce in maschera
- esercizi per il passaggio di registro
- risoluzione per emissione di acuti e note gravi
- arte della coloratura
- cenni di arte scenica
- correzione di errata impostazione vocale e molto altro ancora...

Prenotazioni: 3475853253
segreteria.belcantoitaliano@gmail.com


Quota di contributo per ciascuna giornata di studio Euro 50, inclusiva di Associazione a Belcanto Italiano. Possibilità di alloggio convenzionato su richiesta.

Per informazioni e prenotazioni rivolgersi al seguente numero: 347.58.53.253



sabato 18 aprile 2015

Crivelli e gli albori della foniatria

Domenico Crivelli: L' Arte del Canto ossia Corso completo d'Insegnamento
sulla Coltivazione della Voce - Londra, 1820


Domenico Francesco Maria Crivelli (Brescia, 7 giugno 1793 – Londra, 31 dicembre 1856) è stato un tenore, maestro di canto e compositore italiano naturalizzato inglese, conosciuto semplicemente come Signor Crivelli dai suoi contemporanei.

Figlio del celebre tenore Gaetano Crivelli (1768-1836), Domenico Crivelli, all'età di soli nove anni, avendo seguito il padre a Napoli nel 1803, ebbe la possibilità di studiare canto sotto la guida di V. G. Millico. Successivamente, a undici anni, ebbe come maestro al conservatorio di S. Onofrio F. Fenaroli. Nel 1812 si spostò a Roma per approfondire i propri studi con N. Zingarelli. Nondimeno, un anno più tardi, lo ritroviamo a Napoli ove iniziava a comporre. I suoi primi lavori appartengono al genere sacro; ma già nel 1816 egli ebbe modo di comporre un'opera seria per il S. Carlo, che però non fu rappresentata per l'incendio del teatro. Sulla scia del padre, Domenico divenne anch'egli tenore.

L'anno dopo, nel 1817, seguì il padre oltremanica, il quale trasferitosi a Londra era stato appena assunto come primo tenore dal King's Theatre di Londra. Questi, Crivelli padre, aveva studiato con Andrea Nozzari e Giuseppe Aprile, e più tardi insegnò al tenore Domenico Donzelli che rappresentò lo snodo di passaggio tra il baritenore di stile neoclassico e il tenore di forza romantico. Nel quadro della sua notevolmente durevole carriera, Crivelli padre non si mise in mostra tanto per le sue abilità virtuosistiche, quanto per la capacità di valorizzare al meglio le sue qualità di baritenore: l'accento vibrante e appassionato e il vigore espressivo, contribuendo così a quella rinascita tardo-settecentesca del Bel Canto che sarebbe poi sfociata nel periodo d'oro rossiniano, nel quale pure, forse proprio per le sue caratteristiche poco acrobatiche, non giocò poi praticamente alcun ruolo diretto.
Qui, a Londra, Crivelli figlio compose alcuni brani staccati per canto (del genere dell'aria, arietta, duettino e canone) ed una cantata a 3 voci con accompagnamento d'orchestra. Tornato in Italia, fu nominato maestro di canto nel Real Collegio di Napoli. Successivamente fu ancora a Londra e, nel 1823, quando fu fondata la Royal Academy of Music, vi entrò come primo professore di canto, incarico che continuò a ricoprire fino alla sua scomparsa, insegnando a quelli che sarebbero divenuti i maggiori cantanti lirici inglesi del XIX secolo.

Morì il 31 dicembre 1856, a 71 anni, nella sua casa di Upper Norton Street a Portland Place; fu sepolto nel cimitero di Kensal Green.

Fra le sue opere didattiche bisogna citare L'arte del canto (1820 / 1841), scritto in italiano e inglese e tradotto in numerose lingue, che fu per molti anni uno dei testi base nello studio del canto lirico presso le accademie britanniche.

Il metodo didattico di Crivelli figlio, il cui titolo completo recita così "L'ARTE DEL CANTO ossia Corso completo d'Insegnamento sulla Coltivazione della Voce", è diviso in due parti:

1) una prima parte introduttiva, costituita dalle seguenti sezioni:

Introduzione - Delle differenti voci umane (divise in: Basso, Baritono, Tenore robusto, Tenore leggiero, Contralto, Mezzo-Soprano, Soprano) - Tavola delle differenti voci - Spiegazione dell'organo vocale - Osservazioni generali: Dell'estensione delle voci, Dello stile di musica, Del saper far uso del fiato, Del cambiamento delle voci (diversi effetti tra maschio e femmina della "muta vocale" e uso della voce prima del cambiamento di voce), Metodo per assicurarsi della qualità della voce


2) e una seconda parte dedicata agli esercizi pratici (vocalizzi) costituita dalle seguenti sezioni:

Esercizj per assicurarsi della qualità delle voci (Messa di Voce) - Esercizj per coltivare l'orecchio (Con Portamento di Voce) - Esercizj (Esercizio della scala cromatica di suoni sostenuti, Volatina cromatica, Volatina diatonica) - Degli esercizj sugli ornamenti (L'Appoggiatura, Il Gruppetto, Il Mordente, La Sincope, Il Raddoppiato, La Nota Puntata, La Nota Legata, L'esercizio della settima Maggiore e Minore, Il Trillo) - Osservazioni sull'esercizio dei Solfeggi (Sei Solfeggi) - Osservazioni: Sulla libera articolazione, Esempj di false accentuazioni, Adattazione dei suoni sulla corretta declamazione delle parole - Ventisei scale - Dodici Esercizj sugli accenti prolungati.

Come scrive lo stesso Crivelli, nell'introduzione: "Per produrre lo sviluppamento, della voce umana col più gran vantaggio, bisogna prima imparare a conoscere la struttura fisica dell'organo vocale, esaminando diligentemente la sua esatta positura nella gola, per poter perfettamente comprendere la forza naturale della sua azione nella produzione dei suoni, derivando da ciò e le varie qualità, e la forza della flessibilità, ed energia della voce. E come il saper far buon uso del fiato è di somma importanza ai cantanti, conviene studiare ancora attentamente lo stato, le funzioni, e la capacità d'espansione dei polmoni". L'obbiettivo di questo studio anatomico dello strumento vocale è, continua il Crivelli, quello da parte del Maestro nei confronti degli allievi di "procurar loro nel tempo stesso, e facilità e forza nell'articolare, modulare, e sostenere i suoni, ed a somministrar loro quell'arte incantatrice nell'esprimere con brio e delicatezza tutti i sentimenti, e le varie passioni dell'anima".

E specifica che non basta avere il talento naturale di una bella voce per essere dei veri cantanti, ma che è necessario usare in modo intelligente la gestione del proprio strumento canoro: "Molti credono eziandio, che il principale attributo d'un cantante sia quello di possedere una bella voce, ma in ciò s'ingannano (...) Una bella voce è senza dubbio di grandissima assistenza ad un cantante (...) ma l'arte del canto gli somministra quel poter magico d'imprimere nello spirito degli uditori i varj sentimenti e passioni espresse nella composizione, e per ottener ciò la cultura delle facoltà intellettuali, e riflessive sarà tanto utile che quella dell'organo vocale. Il cantante dunque che aspira ad eminenza e celebrità, deve con zelo e perseveranza coltivar anche la sua mente."

Per dimostrare concretamente questa affermazione, Crivelli cita dei noti cantanti senza grande conoscenza musicale o non particolarmente dotati di bella voce: "...citerò quì in confirmazione prima Ansani, La Banti e La Catalani, che avevano poca o nessuna conoscenza di musica, e poi Pacchiarotti, Velluti e La Pasta, che non erano stati dotati dalla natura d'un bell'organo vocale."

La personale applicazione vocale e mentale, e non la sterile imitazione di qualche voce celebre presa per modello, è il segreto dell'eccellenza nel canto secondo Crivelli: "e come per riuscire in qualunque scienza bisogna far uso di molta applicazione, così lo stesso è indispensabile a coloro, che si dedicano al canto, e che desiderano ottener celebrità; ed è appunto per la mancanza di applicazione mentale, che appena pochi cantanti s'innalzano al di là della mediocrità nell'arte del canto. La più gran parte sforzandosi follemente d'imitar coloro, che sono già celebri, ed eminenti, finiscono generalmente per adottare in caricatura solo i difetti di quelli che si propongono per modelli."

Davvero saggio pure il suo suggerimento, pur fondando la vera qualità artistica di tutte le voci sull'acquisizione della corretta tecnica vocale, di rimanere nell'ambito delle proprie qualità canore naturali, individuali a ciascun cantante: "I miei principj contengono tutto ciò ch'è essenziale allo sviluppamento generale dell'organo vocale, e quando la voce per mezzo dell'arte, e della pratica, sarà divenuta capace di sostenere i suoni, ed avrà acquistato flessibilità, ed egual qualità in tutta la sua estensione l'artista potrà allora penetrar facilmente nello spirito di qualunque composizione, e poesia. Ma lo stile di musica il più adatto a ciascun cantante dipende interamente dalla qualità della sua voce; perché le differenti qualità naturali hanno differenti poteri, alcune brillano nel canto di portamento, ed altre per le fioriture, e per l'esecuzione brillante. Qualunque dunque siano le sue facoltà vocali, l'artista per ottener successo deve contentarsi d'applicarsi a quello stile di musica, per cui la sua voce è più propria naturalmente".


Egli consiglia inoltre di non esagerare nell'usare la voce prima della "muta vocale": "Riguardo all'esercitar la voce nella gioventù prima dell'epoca del suo cambiamento, ammaestrato dall'esperienza, io consiglio a coloro che a tal epoca danno prova di potere e disposizione vocale a non abusar di questo dono precario della natura, facendone pompa, ma ad applicarsi principalmente nell'apprendere i principj dell'arte, e a non cercar di cantare delle composizioni difficili o ad imitare i cantanti rinomati, perché, l'imitazione essendo sempre perigliosa, eglino con tutti i loro sforzi non riusciranno ad altro che a produrre la caricatura di ciò che voleano imitare, nel tempo stesso eglino dovrebbero limitare il compasso della loro voce a suoni medj della scala altrimenti le loro forze saranno di breve durata, perché se la voce è sforzata nella tenera gioventù invece di svilupparsi gradualmente e vantaggiosamente secondo la sua disposizione organica, non potrà mai più acquistare nè vigore nè potere nell'estendere il suono."

Basilare ancora la raccomandazione di sviluppare la voce a partire dai centri: "l'artista e lo studente devono riflettere che qualunque siasi l'estensione della voce, la sua vera forza d'espressione consiste ne' suoni medj, e di più, che questa qualità media non diviene ampia, e rotonda per mezzo di sforzi, ma in conseguenza della fermezza e facilità con cui i suoni sono prodotti, e sostenuti, dando loro al tempo stesso, e il poter di vibrazione, e la capacità d'espansione, e quando questa qualità media, mediante la pratica, sarà divenuta ampia, e ferma, i muscoli acquistano una tal flessibilità, che la voce potrà facilmente estendersi tanto all'estremità de' suoni acuti, come dei bassi, i quali però anche quando si sono acquistati debbono principalmente usarsi per gli effetti brillanti, e per gli ornamenti."


L'insegnante di canto, dato che non si dovrebbe mai oltrepassare i limiti naturali di una voce per estensione e repertorio, dovrebbe subito ben classificare il registro vocale di un giovane cantante: "...benché colla pratica si possa riuscir a dare ai suoi muscoli un più forte grado d'elasticità, e di estensione, purtuttavia il cercare a sforzar la voce al di là de' suoi limiti naturali produce sempre lo stesso risultato, cioè, asprezza, inegualità, mancanza di giusta intonazione, e qualche volta la sua perdita totale. Il maestro dunque, che ha acquistato l'arte di analizzar così, deve con somma diligenza assicurarsi della qualità naturale di ciascuna voce, prima d'intraprenderne lo sviluppamento, e la cultura, poiché sebbene in alcuni la qualità sia chiaramente rimarchevole, in altri però s'incontrano grandi difficoltà per iscoprirne il vero carattere, e perciò, se quel ch'ho consigliato, non si osserva rigorosamente, la voce invece di svilupparsi espansiva, ed eguale, diverrà debole, stridente, e tremola."

La corretta classificazione è vitale anche perché: "La spessezza, e grandezza dei muscoli, che danno azione all'organo vocale, variano secondo le differenti qualità di Voce, così i muscoli dell'organo son più fortemente costrutti nelle Voci più basse di quelli delle voci più alte, e questo basta a spiegare i vari gradi di flessibilità nelle differenti qualità di voce. (...) Ogni sforzo dunque, che cagiona una contrazione muscolare, comprime lo spazio nella gola, ed ogni contorsione della bocca, e delle mascelle deve conferire necessariamente una tendenza o gutturale o nasale, e distruggerne così la qualità, la quantità, ed il potere di vibrazione."

A partire da un disegno che "rappresenta tutte le parti della bocca e della gola messe in azione nella coltivazione e nello sviluppo della voce umana", Crivelli spiega le varie parti dell'organo vocale e il loro funzionamento: "la Lingua, l'Ugola, il Palato molle, il passaggio che comunica col naso, la Laringe, l'Epiglotta, la Canna de' Polmoni, il Rema, o apertura della Laringe, tra la quale il fiato passando nel montar dai Polmoni produce i suoni vocali, le Vertebre del collo, l'espansione della Gola, la Cavità della Bocca."


Domenico Crivelli, dunque, è tra i primi, assieme a Garcia figlio, a porre l'attenzione, nei primi decenni dell'Ottocento, sull'urgente necessità di conoscere il funzionamento interno dell'organo vocale: "Quest'analisi dell'organo, frutto della mia lunga sperienza, non è stata quasi mai intrapresa, e quasi nessuno ha finora sufficientemente applicato le sue ricerche a tale effetto. I Maestri contentandosi generalmente d'insegnare ai loro allievi a cantar la melodia, lasciando allo studente la cura di formar la sua voce, e questi mancando di principj stabiliti, e non conoscendo la struttura fisica del suo organo vocale, né regole per guidare i suoi studj, la sua voce rimane sempre in uno stato imperfetto ".


Egli pone particolare attenzione, tra le altre cose:

- al corretto uso della laringe che, abbassandosi o alzandosi, si inclina verso l'espansione della Gola o verso la cavità della Bocca (vibrazioni di testa),
- al sapiente innalzamento del palato molle,
- all'azione elastica dei muscoli,
- al giusto impiego delle labbra,
- al "saper far uso del fiato", dal quale dipendono la precisione dell'intonazione ed il necessario effetto del chiaro-scuro nel tono vocale,
- all'assoluta necessità di emettere i suoni eseguendo la "messa di voce",

- all'esecuzione di tutti gli intervalli, dalla 2a alla 8a, con "portamento di voce".


Quanto alla seconda parte, quella degli esercizi pratici, come ancora lui stesso scrive sempre nell'introduzione del suo metodo, l'obbiettivo delle sue scale progressive è sia di far raggiungere alla voce "elasticità, leggerezza e brio" che di "sviluppare e formare la voce per mezzo di esse". E continua affermando: "In fatti avendo cominciato a coltivar la voce degli allievi dalla scala di suoni sostenuti cromatici fino al trillo, sono riuscito a far loro facilmente apprendere ad unire i suoni senza sforzo, a coltivare il loro orecchio, a guidar naturalmente la qualità eguale e rotonda della loro voce, a rinforzarne i suoni deboli, e ad addolcirne gli aspri, e stridenti."

Da notare come egli insista sempre molto, lungo il metodo, in alternanza con indicazioni di "marcato" e "rinforzato", sul far attenzione ad eseguire gran parte degli esercizi vocali in modo "Leggiero" o "Con leggierezza", specialmente in quei numerosi vocalizzi d'agilità con le terzine di crome o le quartine di crome e semicrome, quindi non a 'piena voce' ma piuttosto a 'mezza voce'.


Egli dà altresì particolare importanza allo studio dei semitoni: "...la chiave più importante per riuscire nello sviluppamento dell'organo vocale, è quella dell'esercizio della Scala Cromatica di suoni sostenuti (...) per mezzo della pratica degl'intervalli Cromatici successivi, la voce non solo acquista il poter di produrre e sostenere ciascun suono, ma ottiene bensì quella gradual elevazione, che nel passare da suono a suono ne addolcisce l'asprezza, o ineguaglianza, e ne corregge quel natural disgiungimento, o debolezza, che può esistervi; in tutto il progresso di questa scala la voce dello Studente acquista eguaglianza, fermezza, e quel poter di modulare con facilità, che ei cercherebbe invano d'ottenere per mezzo delle note della scala diatonica sostenute separatamente".


A coronamento di quest'opera didattica, oltre a Sei Solfeggi, troviamo una serie di vocalizzi pratici quali le Ventisei scale e i Dodici Esercizj sugli accenti prolungati.

Potete scaricare il volume di Crivelli "L' Arte del Canto ossia Corso completo d'Insegnamento sulla Coltivazione della Voce" da questo link:
http://www.belcantoitaliano.com/BELCANTO_LIBRARY_FILES/Domenico_Crivelli_Arte_del_Canto.htm

sabato 28 febbraio 2015

Intervista al Tenore Ugo Benelli

BELCANTO ITALIANO INTERVISTA IL TENORE UGO BENELLI -
Intervista realizzata dal Soprano Astrea Amaduzzi il 25 gennaio 2015
Ho avuto la fortuna di conoscere il Tenore Ugo Benelli negli anni Novanta, durante un corso tenuto sul Lago di Garda in cui io ero Allieva del meraviglioso Mezzosoprano Biancamaria Casoni, docente dell’Accademia del Teatro alla Scala di Milano. Ricordo chiaramente che talvolta, nei momenti di pausa, transitando da una stanza all’altra passavo proprio  nell’aula dove il Maestro Benelli faceva lezione, e lo vedevo sempre con un gran sorriso e l’aria vagamente distratta, tipica dei veri grandi artisti.  Ho avuto la fortuna di ascoltarlo mentre faceva degli esempi e raccontava qualche breve aneddoto, e questo mi ha dato l’illusione di trovarmi in un paradiso felice che però si stava ormai sgretolando: quello di chi aveva studiato duramente in ogni minimo dettaglio ed era da sempre stato seriamente al servizio della Musica.
Non dimenticherò mai l’emozione provata quando al termine della mia esecuzione dell’aria dei Capuleti di Bellini “Oh quante volte” la Signora Casoni mi abbracciò con le lacrime agli occhi dicendomi di quanto fosse stato straordinario quello che aveva sentito, e che non avrei mai dovuto cambiare nemmeno una virgola di quello che avevo fatto – e allora come adesso – passò il Maestro Benelli e mi disse “Sei bravissima!” con lo sguardo pieno di entusiasmo che non ho mai più trovato in nessuno. Ah, già, però è anche vero che di Cantanti così (specie tra i Tenori)  non sappiamo se ce ne siano più, dobbiamo lavorare duramente e alla svelta perché la nostra opera rinasca.
E così Benelli, ottant'anni da poco compiuti e una carriera durata ben quarantasette anni, persona squisita e dall'ancora intatta e sempre presente ironia, ascolta le mie domande e risponde con grande passione! 
Il Tenore Ugo Benelli è il Conte di Almaviva nel Barbiere di Siviglia,
 al Teatro San Carlo di Napoli

- Come ti sei avvicinato allo studio del canto? 

Eh...si scopre che ho una voce, che viene apprezzata da qualcuno. Io ho avuto una strana combinazione, il vuoto della mia casa, diciamo quando quattro palazzi sono messi uno attaccato all'altro rimane un vuoto in questi palazzi, che sarebbe la parte dietro di tutti e quattro i palazzi, in questo vuoto abitava vicino a dove stavo io una signora che aveva una fabbrica di pelliccerie, vendeva pellicce a Genova e aveva studiato canto. Si chiamava Beltrami, non mi ricordo più il nome, e studiava canto; io ero ragazzetto ancora, avrò avuto 14-15 anni, e lei mi sentiva sempre cantare. Ormai non aveva più l'età per poter aspirare a una carriera, però andava a studiar canto perché gli serviva come uno sfogo, il canto è una cosa liberatoria. Essendo molto amante del canto, andava a studiare canto da un certo maestro. E mi disse, "poi quando hai diciottanni, ti porterò a far sentire da questo maestro".
Non ci pensavo quasi più... avevo studiato un po' di pianoforte in maniera abbastanza approssimativa, finiti gli esami di ragioneria a diciottanni, ci si parlava sempre da una finestra all'altra del palazzo, era roba di tre o quattro metri, e mi disse "Guarda che ti ho fissato un appuntamento, domani ti porto dal mio maestro". E la storia è cominciata così! Questo maestro era un avvocato, una persona di una cultura enorme... se tu pensi che suo padre era stato ambasciatore in Russia dello Zar! Era un appassionato di canto, perché era un avvocato con una grande responsabilità in una banca centrale di Genova a livello nazionale, e dava lezione così per diletto e non pagavamo niente, pagavamo solo l'affitto tutti insieme di questo enorme stanzone, e da questo stanzone sono usciti Giuseppe Campora, Rosetta Noli, Ottavio Garaventa, Federico Davià, Enrico Campi e quel grande tenore comprimario del San Carlo, come si chiama... un tenore che doveva fare il primo tenore in maniera assoluta... Piero De Palma!

- Quindi è questo che tu ricordi come il tuo maestro di canto?

Si, il mio maestro di canto, perché come dice Dara: "fortunati quelli che hanno avuto un maestro solo". Dara ha avuto un organista di una chiesa a Mantova, non è stato allievo di Campogalliani, però lui ha continuato a studiare. Dice, "guai cambiare tanti maestri"! Bisogna aver la fortuna di trovare subito quello giusto. Con questo maestro ho cominciato a studiare che era epoca estiva, faceva lezioni collettive, anche  in due tre per volta, e così potevamo cantare a lungo, perché fra un vocalizzo e l'altro ci potevamo riposare. D'estate non veniva nessuno, e così io andavo tutti i giorni a lezione. Diciamo che quei due mesi, i primi due mesi di studio per me sono stati molto importanti, perché lui mi ha seguito da solo personalmente, tutti i giorni, mattina e pomeriggio. 

- Senti, in realtà che cosa facevate durante le lezioni?

Dei grandi vocalizzi, lui non voleva assolutamente che cantassimo pezzi d'opera. Tutt'al più aveva delle frasi che lui aveva composto e alla fine dei vocalizzi ci faceva fare queste frasi che ricordo ancora, erano molto poetiche, perché era un uomo di grande cultura: "O fior, o fior di gioventù io t'ho goduto, io t'ho goduto un dì". E su queste frasi praticamente si spaziava in tutte le note, si saliva alle note acute per poi scendere alle note gravi, oppure l'altra era: "Ella la testa sovra me chinava e il vento ai sogni un fremito donava." Erano le frasi musicate da lui che ci faceva fare, era il massimo di canto che lui ci concedeva. 

- Quindi per mesi praticamente tu hai studiato l'emissione vocale?

Eh, sì, sì... per due anni, addirittura! E poi, c'era il concorso alla Scala, e lui disse: "Vai a fare questo concorso per la scuola della Scala per i cadetti, perché così sapremo cosa studiare; laggiù c'è Confalonieri, Campogalliani, ti daranno un giudizio, chiedilo anzi, su come approfondire le nostre lezioni". E io andai a fare questo concorso: prima la Cossotto, Benelli e Casoni, vincemmo noi tre! E mi trovai a orientare la mia vita in maniera diversa, non far più il ragioniere, rinunciare a un importante posto che mi avevano offerto a Genova, e andare alla Scuola della Scala. 
Mio padre non voleva nel modo più assoluto, è stata l'anima romantica di mia madre che ha vinto, perché per una settimana non scambiò parola con mio padre e mio padre alla fine cedette, perché capisci che per un padre, il cui figlio aveva già un posto buono, non poter aver una garanzia per tutta la vita, andar a Milano a rischiare, eh, studiar canto è sempre un rischio...

- Quando studiavi i tuoi ruoli meravigliosi e difficilissimi che cosa hai fatto per preparare tutto il ruolo intero? Qual era il tuo sistema di studio? 

Sai, dal punto di vista culturale poco, perché quando ho fatto Bel Canto io, lo sai, sono quasi ruoli insipidi quelli dell'amoroso, capito? L'amoroso è sempre lo stesso! Lindoro che è lì che piange e che si dispera e non ha una schiena, non è un maschio, un macho che reagisce a questa cosa... L'Elisir è abbastanza interessante, perché io che sono diventato poi, diciamo, anche abbastanza un aggressivo, la mia natura è di grande timido, capisci? quindi mi calzava a pennello il ruolo di Nemorino. Perché in fondo il timido con degli amici molto stretti che lui ha è dominante con pochissime persone e teme la massa, almeno per me era così...
La prima cosa che facevo, prendevo lo spartito e, prima cosa, davo una passata generale per vedere il tipo di vocalità che mi stesse bene, lo guardavo dall'inizio alla fine; poi cercavo di trovare un senso alle parole dal punto di vista grammaticale, se c'era qualche cosa da scoprire come personaggio cercavo di documentarmi, ma questo l'ho fatto di più nella seconda parte della carriera, quando ho fatto per esempio Wozzeck, ho preso il Wozzeck di Berg, ma ho anche letto il libro. 
Poi cercavo di approfondire la parola con il suono, vedere bene dove si deve respirare, non respirare troppo spesso se si può, se si può fare qualche virtuosismo con il fiato, tipo in "Don Pasquale" (canta): "né frapposti monti e mar, ti potranno" e continuare; invece potresti fare anche "monti e mar", fiato, "ti potranno, o dolce amica", perché è logica. Però quando si poteva... oppure nella serenata di Don Pasquale sempre "Com'è gentil" avevo sentito Valletti, mi raccontava Bruscantini, che faceva a gara a non respirare e allora anche in quei pezzi lì cercare dei virtuosismi con il fiato per dimostrare che qualcosa del canto avevi capito! È tutta lì la storia del canto, cantare sul fiato...
Bruscantini nei primi tempi, quando uno non capisce, faceva mettere una cinghia di cuoio sotto il diaframma, capisci, un po' tirata di modo che, se questo non ha l'idea, dice: "Prendi il fiato lentamente col naso, senti lì dov'è la cinghia, è lì che poi devi partire con il suono!" Eh, è difficile... il canto s'insegna direttamente, io non credo nella scuola di canto scritta. Come fai? è già difficile quando hai l'allievo, dargli delle idee, l'idea del diaframma come quei materassi ad acqua, perché il diaframma ha due pericoli, non si deve affondare troppo il suono però non si può neanche cantare per aria, c'è questa via di mezzo del suono nel canto, come l'acceleratore di una macchina se acceleri troppo in fretta la macchina si arresta con un sobbalzo, quello lì è affondare troppo il suono, però se cominci una piccola salita e tu non schiacci abbastanza l'acceleratore la macchina si ferma ugualmente perché non sale, però, capisci, gli dai questi esempi, ma poi gli devi far sentire qualche cosa, insomma.

- Nella tua esperienza quale importanza hanno i vocalizzi, quanto tempo al giorno bisogna fare di vocalizzi? E li hai usati solo per riscaldare la voce oppure anche per preparare taluni passaggi specifici delle arie?

Bisogna fare un'ora di vocalizzi, non tutti di seguito; un po' di seguito, sì, per allenare bisogna fare vocalizzi; per conto mio, sono la base di tutta la tecnica. Va all'orecchio del maestro sentire quando l'allievo comincia ad essere stanco, però io credo che un'oretta di vocalizzi fatti per benino, senza affogare, facciano bene.   

- Ho sentito talvolta dietro le quinte miei colleghi fare un'ora e mezza di vocalizzi a tutto spiano e poi entrare in scena e cantare già stanchi, in quel caso prima di entrare in scena conviene farne di meno di vocalizzi!

Io sono d'accordo di farne di meno prima d'entrare in scena. La Cossotto quando cantava il Trovatore lo cantava una volta tutto in camerino, eh, beata lei, evidentemente aveva delle corde d'acciaio. 
Io quando avevo la recita andavo il mattino, verso le undici e mezza, mezzo giorno, facevo un quarto d'ora, venti minuti, quel giorno lì, di vocalizzi, poi andavo in teatro, nel camerino ne facevo uno o due, senza stancarmi, più che altro tendevo a far dei "suoni", a preparare lo strumento come "ma, bo, be" col suono in avanti, mai con la T, e quello lo faceva anche Panerai, per preparare le risonanze del viso. Oppure, se sei in macchina, quando andavo in macchina che arrivavo in ritardo, in macchina mai vocalizzi, perché non ti senti, facevo tutti questi "suoni" per prepararmi a cantare. 

- Qualcosa sulla tua respirazione ci hai già detto, ma qual è il tuo vero segreto per una buona respirazione? 

Il mio maestro diceva che bisogna respirare come respirano i pesci, una apertura di diaframma molto laterale diciamo anche, lui diceva, per respirare. E anche quando si può, questo lo diceva anche Bruscantini, respirare dal naso quando si può. Ad esempio nella "Furtiva lagrima", che hai tempo, prima di ogni attacco, un bel respiro non profondissimo, ma profondo; lo sai te quando sei arrivato, che il diaframma è pronto. Ecco, approfittare quando si può di respirare col naso, per evitare di avere magari un po' d'aria fredda in gola, se il respiro è preso male o preso troppo in fretta. È un'Arte il saper respirare! Ci sono certi cantanti che respirano fra una frase e l'altra, e, se anche registrati, non te ne accorgi, uno era Bruscantini, ad esempio.

- Io sono solita abbracciare i miei allievi, e gli dico adesso fai forza contraria e così gli sento proprio i muscoli... 

Certo, far sentire anche te come respiri: "Mettete la mano, sentite dove respiro io!" 

- Sì, sì, assolutamente, e gli dico di mettere le braccia a cintura e poi gli faccio sentire come respiro, e devo dire poi che per imitazione loro vanno molto bene!

Sì, e l'altra cosa, se non la capiscono ancora, fargli sollevare una sedia molto pesante, sono costretti ad attaccare sul diaframma, perché lo sforzo di sollevare questa sedia pesante impegna il muscolo del diaframma, gliela fai sollevare e poi li fai attaccare. Questo ci faceva fare quel famoso avvocato, vedrai che sono costretti ad attaccare sul diaframma. 

- Che cos'è per te il cosiddetto "suono in maschera"? 

Mah, io ti dico che Bruscantini, che faceva vocalizzi con Kraus, e io che studiavo spesso con Bruscantini, perché cantavo spesso con lui, diceva: "Intanto il primo passo è mettere la voce nella "Gnagnera", diciamo lì, anche se sa un po' di naso, non importa, basta che sia in avanti." Perché le gallerie non si scavano tutte assieme, ora sì, si chiama "talpa", ma una volta... la galleria si scava piano piano, l'importante è andare avanti in questa galleria, capisci... e Sesto mi ricordo mi diceva, dopo il primo passo dei suoni (fa, cantando, "E") in avanti: "E adesso però arrotonda il suono! Adesso che stai scavandoli, adesso falla bella la galleria, dagli una forma rotonda a questa galleria, fai un bel suono". 

- E, di conseguenza, quanto è importante la pronuncia nell'arte del canto?

Tutto, tutto. Mi ricordo i complimenti di Massimo Mila: "Un tenore che canta con le vocali e con le consonanti!" ha detto. Esempio, la prima cosa che mi ha fatto riflettere su questo è stato Tito Gobbi nel Belcore. "Ti avRRei stRRozzato, RRidotto in bRRani" Se invece fai: "Ti avrei strozzato, ridotto in brani." Ma se tu dici: "Ti avRRei stRRozzato, RRidotto in bRRani" allora sì. Ecco che cos'è la pronuncia!


- Adesso una domanda squisitamente tecnica, molto importante per tutti i registri vocali. Quanto è importante l'uso della flessibilità laringea e morbidezza di gola nel canto? 

Ah, te lo dico subito. Io feci da giovinetto una lezione con Tito Schipa che era di passaggio a Genova, ma io non studiavo ancora canto, volevo forse studiar canto, ma so che c'era Schipa, mi ricordo che andai... lui diceva "è importante la gola, rilassare la gola", ha parlato per un quarto d'ora di "rilassare la gola", diceva che non era mai abbastanza... di "cantare morbido", "come se la mascella non esistesse"...e una frase di Schipa è questa; e l'altra di Montarsolo: "Bisogna cantare come se uno dormisse, ma solo col diaframma". Per dar l'idea, deve esistere la colonna del fiato, il diaframma, e quel corpo lì dev'essere morto, per dire di nuovo di come dev'essere rilassata la gola di un cantante, è la cosa basilare. 
Quando incisi con la Decca la "Cenerentola" con la Simionato, io ero giovanissimo, lei era già famosissima, mi diceva sempre: "Giù la testa, piccinella!" Perché io, alzando un po' la testa, trovavo bene il suono. E lei continuava a dirmi, "No, piccinella, più giù la testa, non alzare così la testa. Piccinella, abbassa la testa!"
Tirando su la testa il suono esce, ma sa leggermente di gola. Tenendo la testa nella posizione giusta e ammorbidendo la gola allora il suono acquista un altro sapore, la libertà. 
E poi te lo aggiusti, anche. In un teatro con una buona acustica, il suono te lo aggiusti con questo sistema, se hai la gola morbida; se hai la gola dura è mal riuscito e il suono rimane quello.  

- E adesso c'è una domanda proprio per i tenori. Perché i giovani tenori hanno così tanti problemi nel "passaggio" verso il registro di testa? 

Luciano cominciava già a passare dal mi bemolle, eh, Pavarotti. Io ho avuto una gran fortuna, che quell'avvocato non ci ha mai parlato di "passaggio"; non ci ha mai detto, in quei mesi lì, che ci sono le "note di passaggio". Io mi sono trovato bene perché, evidentemente, si vede che la voce si stava impostando nella maniera giusta. 

- Io ho notato che facendo lavorare i tenori tra il mi, fa e fa diesis con la massima morbidezza e con la mandibola che tende a sganciarsi, e soprattutto "portando la voce" come si intendeva anticamente, proprio il portamento per prendere la voce con dolcezza e portarla da una parte all'altra, gli ho risolto proprio questo problema tecnico del "passaggio" al registro di testa.

Vorrei farti una domanda io, nel caso di tenori leggeri, gliela fai fare qualche nota d'effetto un po' leggermente aperta, non è il termine esatto aperta, ma hai capito, non coperta? 

- Guarda, io faccio lavorare tutti quanti i miei allievi con voci anche grandi, o piccole che siano, e anche i tenori leggeri, su suoni piccoli che qualche volta gli faccio ingrandire un po' di più a seconda di quello che devono dire ed esprimere, ma normalmente li faccio lavorare su un punto focale che è posto dietro le fosse nasali, una concentrazione sonora tutta lì, molto piccola, suoni molto ben in avanti, e parole ben pronunciate, e lavorare sul colore dei suoni.

Sì, diciamo, la Scotto ha sempre fatto gli acuti mai in pieno, li ha sempre presi piano e poi ampliati, se ci hai fatto caso, mai una nota: "pa!", però sempre "en garde", capisci, presa bene, giusta, lì, e poi ampliata. Taddei, anche, prendeva le note e poi diventavano delle caverne, però non le ha mai prese di getto.

- Io suggerisco anche talvolta l'attacco preciso, intonato, ma un pochino da sotto, per addolcire il suono e per portarlo, anche perché il segreto del legato è il portare una nota all'altra legando sul fiato!

Certo, quando uno sa legare vuol dire che canta "sul fiato". Il legato è il segreto del grande cantante, eh!

- Allora, adesso ho un'altra domanda che si ricollega un po' ai passaggi di registro, perché tanti ragazzi studiano con una posizione "a sorriso" verso gli acuti, io vengo dalla scuola che invece prediligeva lo sgancio mandibolare flessibile con totale abbandono della gola e maggiore apertura in senso verticale verso le note acute e, quindi, che cosa mi sai dire di questa famigerata posizione "a sorriso" in ogni zona della voce?

Ti rispondo con un esempio. La Freni era venuta a Genova e cantava Bohème all'Auditorium Montale, quel piccolo teatro che abbiamo insieme al Teatro dell'Opera. Ha ricevuto praticamente il pubblico, e c'era una persona che, guardandomi quasi con una certa rabbietta, disprezzando evidentemente il mio tipo di canto, chiese alla Freni: "Cosa pensa, signora Freni, del canto col sorriso?" E lei fece: "Che cos'è sto sorriso?" Capisci? Avrebbe voluto che la Freni dicesse: 'La tecnica del sorriso è la sola sulla quale si costruisce la voce'. Invece lei scosse la testa e disse sorridendo: "Ma che cos'è sto sorriso?" Ché cantano "La mamma morta" (di Giordano) con il sorriso sul viso. Te lo immagini "Ah perché non posso odiarti, infedel, com'io vorrei" (della Sonnambula) col sorriso!! (ride) 
Per altri ha risolto le carriere, il tenore Alvinio Misciano aveva questo dono di avere un sorriso che comunicava al pubblico un'idea di rilassatezza e facilità di canto.

- Sì, comunque ho notato che nei tenori soprattutto andare verso gli acuti alzando un pochino su gli zigomi e tendendo un po' al sorriso, scoprendo i denti, vedo che questo tipo di posizione li aiuta a salire verso le note acute, evidentemente è un fatto di strumento fisiologico fatto proprio così...

Certamente, se tu pensi al cavallo quando nitrisce, come fa? Per nitrire deve scoprire i denti, così fa il suono.

- Adesso ti faccio un'altra domanda che però secondo me, per il tuo tipo di scuola e di emissione, si risponde già da sola e sei autorizzato anche a farti una bella risata. Che cosa ne pensi della tecnica dell' "affondo"? 

Cioè la scuola di Del Monaco, per dire... funzionava solo per lui. Eh, quell'esempio che t'ho fatto dell'acceleratore, se vai in una strada liscia, devi tener l'acceleratore lo senti col piede l'acceleratore, lo accarezzi, se "schiacci" la macchina salta e si ferma. E questo ha funzionato solo con uno e con pochi altri, quella tecnica lì; però non dimentichiamoci che ha cantato "Otello" per 25 anni, avrà avuto delle corde di titanio...

- Sì, certo, però prenderlo come modello per i ragazzi che iniziano a studiare forse è un tantino dannoso...

No, può essere totalmente negativo.

- Eh, infatti... pericoloso, diciamo, secondo me...

Mah, molto pericoloso, eh!

- Mi chiedono se secondo te le agilità sono naturali o si studiano? 

Io dico che si studiano, perché quando ero alla scuola della Scala il Maestro Confalonieri voleva le agilità legate, poi ero alla Scala, c'era bisogno di un sostituto di Alva e Abbado, abituato con la Berganza, ché come sai, le voci spagnole le hanno anche un po' di natura, perché la famosa collana di perle, o il pallottoliere che lo arrovesci, e il pallottoliere o le perle fanno: ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta... io ho fatto l'audizione con Abbado e ho dovuto cominciare a impararle staccate. Feci l'audizione e mi prese e imparai; quindi evidentemente c'è una tecnica per imparare le agilità. Io continuo a dire che fra vent'anni verrà fuori uno chiamato "Claudio Abbadion", perché questo è il merito di Rossini che è talmente moderno come compositore, che dirà:  "Ma perché così staccate, mi piacerebbero un pochino più legate", e ritornerà di moda l'agilità rossiniana legata, perché dischi dell'epoca di Rossini non ne abbiamo, non abbiamo nessun documento che attesti come voleva le agilità Rossini...

- No, aspetta, però c'è qualcosa, c'è una traccia... nel senso che Manuel Garcia figlio suggeriva di fare le agilità staccate, mentre invece il padre, che è stato il tenore che ha fatto il Conte d'Almaviva nella prima del Barbiere di Siviglia al Teatro Argentina a Roma, suggeriva nel suo piccolo manuale di fare sempre le agilità legate e, siccome lui era un grande amico di Rossini, sicuramente c'è una buona probabilità che Rossini le abbia predilette legate, anche perché molte volte nello stesso spartito di Rossini troviamo proprio le quartine legate...
Certo, io ti parlo di Confalonieri, perché era il più grande critico d'Europa. Alla Piccola Scala dava lezioni a quelli che sono diventati poi i nuovi critici, c'era un pomeriggio alla settimana in cui dava lezioni e portava degli esempi che noi della scuola cantavamo, accompagnati da lui al pianoforte per dimostrare a questi che poi... alcuni, non faccio nomi, ma stanno scrivendo ancora, hai capito? Insomma, Confalonieri sapeva quello che diceva, eh, non poteva inventarsi le agilità... comunque, adesso se vogliono far Rossini devono pensare alla collana di perle o al pallottoliere: ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta.

- Ma, dipende anche da come le stacchi...

Bisogna che non sia una macchinetta, merletti, punti perfetti, punti perfetti, perché se no non sa più neanche di musica, diventa quasi un nervosismo, quest'agilità tremendamente staccata, è un virtuosismo, però, eh...

- Cosa ne pensi della funzione del regista? Ritieni che una buona regia che tenga conto delle velocità o lentezze musicali nelle varie scene possa aiutare un cantante a cantare meglio e più a suo agio?

Sì, senz'altro! Basta che rimanga il senso della musica... A me è successo una volta che nel Don Pasquale, nell'entrata d'Ernesto, aprivo la porta, entravo baldanzoso! "Cosa fai?" mi han detto... - "Perché 'cosa fai?' perché non la sente questa musica? - "Ma la musica non importa"... capisci? Oppure, a Glyndebourne un grandissimo regista, che è stato anche direttore della Scottish Opera per anni, sai quel momento del Barbiere in cui Bartolo chiede a Figaro: "Che vieni a fare?" "Oh bella! Vengo a farvi la barba!" e il mio amico (...ride...) che è stato un baritono molto famoso faceva Bartolo in quell'edizione e ha visto passare sul fondo della scena una donna bellissima. E si è alzato e dice: "Mah... cosa ci fa quella lì?" - "Eh, ma chi dici? Non hai sentito Figaro che dice: 'Oh bella! Vengo a farvi la barba!'?" Hai capito? Ma questo un grande regista... ecco, allora, quando le regie sono queste, mi viene da urlare!!!
Quando la regia anche moderna ha un senso con l'opera è un'altra cosa. Mi diceva Leo Nucci che una volta in un Rigoletto in Germania gli chiesero una cosa talmente assurda che lui andò in direzione e disse, convinto di essere uno dei più grandi Rigoletti del mondo, con passione: "Non è possibile per me questo, o va via il regista o me ne vado io!" E il sovrintendente gli disse: "Va via Lei!" E mi disse Leo, "Da allora non son più andato in direzione a chiedere o lui o io"... perché purtroppo il mondo è in mano non si sa a chi! 
Il Maestro Benelli è Ernesto Rousignac ne "Il giovedi' grasso" - La Scala - 1971

I recitativi del Barbiere sono importantissimi, nell'ingresso di Fiorello con Almaviva devono esserci due preoccupazioni, che il pubblico deve sentire, ma che lì c'è silenzio, non bisogna svegliare altri. E questa idea non c'è mai, in scena. "Fiorello-olà", eh no! "Fiorello... olà..." è tutto da trattenere, quella prima parte del Barbiere, cantare, pensare che devono farsi sentire, ma ci dev'essere quest'idea di non svegliare la gente; poi c'è la 'serenata' e questa è un'altra storia, perché quando suonano la musica si sente e mai fare quelle "puzzonate" come diceva Bruscantini di finire col do finale, perché allora Rosina dovrebbe aprire la finestra e buttarsi giù di sotto, no! è un'aria di maniera, che Almaviva canta a cinquanta ragazze e sempre la stessa, invece no, è alla seconda, che è l'aria che viene dal cuore, che Rosina apre il balcone, lezione di Sesto Bruscantini. E poi fanno: "Bene-bene, tutto-giova-a-saper", non è "bene-bene" è "bene, bene, tutto, giova a saper". È diversa la storia, eh! Lezione di Bruscantini. È recitativo! "È-desso-oppur-m'inganno?" Intanto prima di "È desso" stai vedendo nell'oscurità, "È desso... oppur m'inganno?" "Chi sarà mai costui?" "Oh è lui senz'altro" "Figaro!", perché ogni tanto Almaviva ha il comando. Sempre comandi netti, finché non diventa complice con Figaro, che poi scherzano assieme, c'è sempre la distanza fra Almaviva e Figaro. Perché Almaviva teneva il berretto in testa, aveva la concessione di tenere il berretto in testa, di non doverselo togliere quando passava il re, si diceva. 

- Hai un consiglio speciale da dare ai giovani che vogliano intraprendere oggi la via del canto?

Sì, trovare subito il maestro giusto, questo qui è l'unico consiglio da dare, uno e subito. Prima d'andare a studiare canto, farsi accompagnare da uno che studia, quello studia dal tale, quello dal tal altro e dire: "Mi fai assistere a una tua lezione?" E vedi subito se è un allievo intelligente, perché sarà in grado di scartare e sentirà che cosa consiglieranno al collega che va a lezione da questo, Tizio, Caio e Sempronio e sarà in grado di decidere quale sarà il suo maestro. E dev'essere uno e solo quello, quello il grande consiglio, di scegliere bene il maestro, perché poi rimediare agli errori è molto difficile, quando poi hai specialmente una voce che si ingola, togliergliela dalla gola è patire le pene dell'inferno.

- Cosa ne pensi del mondo dell'Opera oggi?

E' un disastro, un disastro completo, non c'è avvenire per i giovani. Vedo qui a Genova, non so, ho visto addirittura un cast di sei recite che è stato diviso le prime due a un soprano, le altre due a un altro soprano, poi una a un soprano e una a un altro soprano. Questo vuol dire gettarli nelle fauci del leone, perché come fai a fare... intanto non ci sono le prove abbastanza per tutti, e poi rischiare per una recita, capisci, tutto appeso a un filo... e veramente ho pena per questi ragazzi che hanno tanto entusiasmo, tanta voglia di fare, ma non ci sono le possibilità di emergere, difficile venirne fuori. 

- Che cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione? perché oggi il Belcanto, il canto in generale sta proprio morendo... un po' perché c'è poca meritocrazia nell'ambiente teatrale, e c'è lo strapotere delle agenzie, un po' perché le colorature non si fanno più e quindi lo strumento vocale non si usa più come strumento ed è tutto bloccato e... tutti badano a essere "gran divi" senza avere una preparazione tecnica effettiva...

Brava, io dico che "sono degli otorino-laringoiatri ma non sanno cantare". C'è della gente che mi  "insegna", mi parla di gola, di narici, di tutto di canto però non sanno cantare. E poi vanno in mano anche a questi otorino-laringoiatri che alle volte, se è gente molto capace, possono avere un consiglio su che tipo di corde vocali hanno e a che cosa indirizzare i loro studi, ma spesso non capiscono niente. Perché, ti dico cosa facevo io quando iniziavo la carriera e non avevo soldi e avevo bisogno d'avere le medicine e ti garantisco che l'Enpals ai miei tempi aveva grandi specialisti e aveva dei reparti speciali, dei vice-primari d'ospedale, gente molto qualificata. Io andavo a rifornirmi dall'otorino-laringoiatra di Milano, o di Genova, a seconda se venivo a trovare i miei genitori, e andavo lì e cominciavo come un bravo attore a tossire in un certo modo, ma per finta; allora mi dicevano che avevo la laringite, oppure fingevo con altri di tossire anche in altri modi e allora mi dicevano ad esempio che avevo la laringo-faringite e mi facevano dare tutte le medicine per queste cose qui. I vari medici della gola e foniatri credevano veramente che fossi lì a farmi visitare perché stavo male e li convincevo che ero o afono o che avevo mal di gola o altro; e mi guardavano in gola e non capivano niente e mi assegnavano i medicinali che, nel caso mi fossi trovato a cantare fuori sede, avrei in realtà adoperato solo se mi fossi ammalato veramente. Quindi come posso credere a certi specialisti? D'altronde non ne ho avuto quasi mai bisogno, grazie a Dio! Ecco, questa è la verità, è molto triste, ma è la verità. 

- Quindi, che cosa vogliamo fare di pratico per aiutare questo ormai morente mondo del canto?

Non do lezioni di canto, logicamente, perché ho avuto qualche delusione, perché cominci un lavoro e poi non lo puoi finire... è quella la fregatura, vanno a studiare da qualcuno che poi gli promette che lo farà cantare... e poi anche perché preferisco e mi è più congeniale fare del perfezionamento su spartiti; se vengono che sento che cantano abbastanza bene e vogliono perfezionarsi sui ruoli che sono stati i miei ruoli, quello lo faccio più volentieri, perché insegnar canto richiede una passione enorme, dà soddisfazione ma ci vuole una grande passione e una grande pazienza e una grande attitudine! 
C'è della gente che mi telefona e io dico subito: "Non raccomando nessuno, non conosco nessuno". Perché tanta gente viene solo per... io penso come ho dovuto fare io: "Tu pensa a studiare e pensa a essere bravo che poi le porte si aprono". L'audizione a Glyndebourne, mi hanno preso, l'audizione ad Aix-en-Provence, m'hanno detto: "Promettente, la vogliamo risentire". Ma alla seconda audizione mi hanno preso. Quando uno è preparato bene può sperare nel futuro; è la certezza d'aver studiato bene e di esser pronto che dà sicurezza a una carriera. Poi, sai, scommettere, non si può scommettere su nulla, specialmente al tempo d'oggi che è così dura; anche poter aiutare un allievo ad indirizzarlo, capisci... io direi a tutti: "Andate in Germania a far delle audizioni, perché lì ci sono almeno centoventi teatri e se avete delle qualità vi prendono."

Ci salutiamo caramente, con la promessa di rivederci presto.
Prestissimo, le belle cose della vita non bisogna mai lasciarle scappare! 

Un saluto cordiale a tutti coloro che amano Belcanto Italiano, e anche a chi non lo ama, sperando che da chi sa e ha saputo cantare davvero s’impari una vera lezione di necessaria umiltà.
M° Astrea Amaduzzi
... e non dimenticate di ascoltare lo splendido Conte di Almaviva
del Tenore Ugo Benelli!!!


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Belcanto Italiano Masterclasses torna a Roma
dal 28 al 31 maggio 2015.

Durante il seminario sarà organizzato un incontro speciale con il Dott. Beniamino Gigli,
nipote del grande Tenore Italiano.

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