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mercoledì 27 maggio 2020

Il decalogo di Puccini (10 Commandments of Puccini)


Giacomo Puccini seduto al pianoforte

 

"Tutto non si può scrivere" - ammoniva Puccini, alludendo, si capisce, al "quid" imponderabile che la musica è chiamata ad esternare con la forza espressiva, "spesso condensata" - aggiungeva acutamente - "in una sola nota e perfino in una pausa": in uno di quei silenzi che il grande Maestro chiamava "musica sottintesa".
"Ma se tutto non è possibile scrivere, da parte nostra, si rispetti al massimo grado, da parte degli esecutori, ciò che è stato possibile segnare negli spartiti e nelle partiture". E questo, si badi bene, lo diceva parlando della musica di altri musicisti, che venerava: ma, si capisce, lo stesso discorso poteva e doveva servire per la sua musica. Per la quale, bisogna dirlo, era esigentissimo. 



Così si legge nell'introduzione del libro "Puccini interprete di se stesso" del 1954, scritto da Luigi Ricci, rinomato pianista, preparatore vocale e direttore, che collaborò con Puccini per alcuni anni preparando le opere da Manon Lescaut al Trittico.

Un esempio pratico di come Puccini sia stato 'esigentissimo' ci viene descritto sempre dal Ricci più tardi, nel 1977 ( --> http://belcantogigli.blogspot.com/2020/03/beniamino-gigli-e-giacomo-puccini.html ):

Nel gennaio del 1918 (avevo già cominciato a lavorare in palcoscenico 'gratis', così allora s'incominciava a lavorare per far pratica) ci fu una esecuzione di "Rondine" presente l'Autore. E' con la Rondine che io ho iniziato la collaborazione col Maestro Puccini, che doveva durare ininterrottamente per circa sette anni.
Il tenore per quest'opera doveva essere Carlo Hachett, ma all'ultimo momento si ammala. Era compromessa l'andata in scena. Il tenore Pertile, che aveva intepretato l'opera al Comunale di Bologna, era impegnatissimo al Teatro alla Scala. Come fare? Beniamino Gigli che cantava "Lodoletta" e doveva cantare in seguito "Gioconda", "Mefistofele" e "Tosca", lo interpellarono. Gigli rifiutò e si comprende benissimo la ragione del suo rifiuto: opera non facile e pochi giorni per studiarla. Tuttavia mostrò il desiderio che io gli suonassi e accennassi l'opera al piano. Gli piacque, lo tratteneva soltanto la ristrettezza del tempo. Il Maestro Puccini, Emma Carelli e in buona parte anche io, data la grande amicizia che mi legava a Gigli, riuscimmo a vincere la sua riluttanza. Ci ponemmo al lavoro. Dopo due giorni d'intenso e profondo studio, sapendo come il Maestro Puccini era esigente e incontentabile per l'interpretazione delle sue opere, andai dalla signora Carelli e le dissi che sarebbe stato utile che il Maestro assistesse almeno una o due volte alle lezioni per darci la sua interpretazione, le sue desiderata, perchè io non avevo mai sentito l'opera. E così fu. Per tre giorni l'Autore di Bohème, venne durante le lezioni. Eravamo nel salone delle prove al Costanzi: Puccini, Gigli ed io. Poi venne il Maestro Panizza che dirigeva l'opera. Il Puccini c'insegnò l'interpretazione del personaggio, gli effetti vocali, i rallentati, affrettati ecc. In certe pagine non c'era un quarto uguale all'altro, e tutte queste cose sullo spartito non erano scritte. Io mi permisi di dire al Maestro: "Perchè non ha scritto sullo spartito tutte queste splendide interpretazioni?" Mi rispose: "Oh come si può scrivere tutto questo?"
In una settimana Beniamino fu pronto. Egli sapeva non soltanto cantare quest'opera con quella sua gola d'oro, ma la sapeva interpretare con arte sovrana, grazie alle prove avute con l'Autore. Puccini ne fu entusiasta. Gigli insieme alla insuperabile protagonista Gilda Dalla Rizza, la prima interprete dell'opera a Montecarlo, ebbe un successo personale.

(da: Luigi Ricci - "Ricordando Beniamino Gigli e il suo tempo" - Roma, 14 novembre 1977)


 

Ecco dunque il "DECALOGO" pucciniano, come ci testimonia il Ricci:

I. - I TEMPI
II. - I COLORITI DI ESPRESSIONE
III. - I COLORITI DELLA SONORITA'
IV. - LE CORONE
V. - I PORTAMENTI
VI. - LA DEDIZIONE DEGLI ARTISTI
VII. - GLI SCENARI E L'ATMOSFERA DRAMMATICA
VIII. - IL SIPARIO INTESO COME MUSICA
IX. - LA MUSICA IN PALCOSCENICO
X. - FORZA SUGGESTIVA DELLE CAMPANE


I. - I TEMPI
Le indicazioni usate da Puccini nei riguardi del movimento agogico di questo o di quel brano di musica teatrale, non si discostano dalle usuali denominazioni: "lento, grave, adagio, largo, larghetto, andante, andantino, moderato, allegretto, allegro, presto", ecc.; e nemmeno le altre consuete indicazioni, che appaiono come ampliamenti o anche sfumature delle precedenti, subiscono nel musicista lucchese varianti di speciale importanza. Troviamo, cioè, lungh'esse le pagine degli spartiti la normale e consuetudinaria terminologia più o meno abbreviata: "allargando, ritardando, stentando, rallentando, accelerando, affrettando, stringendo", ecc.
In Puccini, un'importanza notevolissima acquistano le altre sottospecie agogiche: quelle espresse dalle parole: "più", "meno", "assai", "molto più", "molto meno" e che modificano alquanto il primitivo significato.
Puccini aveva una sensibilità acutissima nei riguardi di tutta questa varietà di movimenti ritmici: tanto di quelli fondamentali, o generali che dir si voglia, quanto di quelli restrittivi o secondari. All' "Andante", per esempio, voleva che effettivamente corrispondesse il suo esatto movimento; e cioè: "moderato", "piuttosto lento", "ma non del tutto lento". In generale quando si trattava di tempi lenti, il suo fiuto era d'una finezza straordinaria. Diceva che i tempi "troppo lenti" fanno morire l'azione, la narcotizzano, la rendono accidiosa e pesante, come tutte le cose morte.
Questa sua fobia dei tempi troppo lenti, era suscettibile - come tutte le regole - della sua brava eccezione; ma ho sentito più d'una volta la voce cordiale di Puccini spronare confidenzialmente il direttore d'orchestra: "Maestro! se s'addormenta lei, ci addormentiamo tutti!". Oppure: "Vita, vita, maestro! Non rallenti troppo. Non sente che questo brano casca a brandelli, che questo frammento si sbriciola, quest'altro s'impaluda?".
"Tutti han diritto al riposo" - sentenziava, bonario - "ma la musica non deve mai appisolarsi nè tanto meno star sveglia a mala pena e cascar morta dal sonno". Anche ammoniva: "La stasi è la negazione della musica, specie della musica teatrale. Anche un passo grave deve accusar la vita. La gazzella e l'elefante si muovono con la deambulazione che è loro propria: ma guai se piegano le gambe e stramazzano a terra...".
In queste immagini c'è tutto Puccini.


Comunque, a evitare equivoci sostanziali sulla dinamica generale del pezzo, il metronomo faceva buona guardia.
I numeri di metronomo segnati da Puccini sugli spartiti e nelle partiture sono esattissimi. Qualche indicazione numerica è stata cambiata, qualche altra aggiunta. Non c'è segno di metronomo che non sia stato da me scrupolosamente controllato in ognuna delle moltissime esecuzioni, alle quali assistette l'Autore. Ma, anche in questa del metronomo, bisognava con Puccini intendersi chiaramente. Era troppo ovvio, per lui, che altro è lo "stacco" giusto, esattamente corrispondente al numero metronomico; e altra cosa è lo svoglimento del nastro melodico. Qui entrava in funzione un altro metronomo: il cuore - "il Maelzel che sta dentro di noi" - come diceva Puccini. Qui entra in funzione quell'imponderabile "quid" che gli faceva dire: "Non tutto si può scrivere". No, non tutto si può scrivere: ma molto si deve sentire. E, d'altra parte, il molto sentire non deve far causa comune con l'arbitrio, nè venire in combutta con i capricci interpretativi.
Qualche sensibile oscillazione e un certo divario dal pensiero dell'Autore si può maggiormente verificare nell'interpretazione delle indicazioni dinamiche secondarie, o, diremo meglio, subordinate: là dove ci si imbatte nelle indicazioni dianzi elencate: "allargando, ritardando...".
Il "quantum": ecco il primo interrogativo che si prospetta all'interprete. Poi ce n'è un altro: l'andamento insensibilmente progressivo della modificazione del movimento. In altri termini: in quale spazio di tempo deve essere raggiunto l'acme della sfumatura? A questi interrogativi Puccini rispondeva con una sola parola: equilibrio. E' la parola che presiede a tutta la sua poetica, a tutta la sua estetica, a tutta la sua arte di compositore.


II. - I COLORITI DI ESPRESSIONE
Alla interpretazione delle indicazioni riguardanti i coloriti vari da darsi a un pezzo oppure a un particolare del pezzo stesso - "appassionato, comodo, con affetto, dolce, morendo, tranquillo, grazioso, gaio", ecc. - presiede un'altra parola: "Gusto". Nel decalogo pucciniano è l'imperativo categorico di maggiore peso. Cafonerie: nessuna. Gigionerie: abolite. Signorilità: ineccepibile. 


III. - I COLORITI DELLA SONORITA'
La medesima parola d'ordine, la medesima norma debbono essere tenute presenti in fatto di indicazioni riferentisi ai gradi di sonorità cui può giungere questo o quel luogo dello spartito; e cioè: "crescendo, diminuendo, forte, piano, sotto voce, mezza voce", et similia.


IV. - LE CORONE
Le note coronate, in mezzo alla frase, Puccini voleva che fossero esattamente "il doppio del loro valore morfologico". La qual cosa rientrava nel suo modo di intendere l'arte; mai effetti esagerati. Niente acuti molto lunghi e nemmeno esageratamente forti, violenti, aggressivi. Niente note dalla lunga agonia: note che, a smorzarle, ci vorrebbe un collasso. Esattezza di quel che era scritto: ecco quello che Puccini pretendeva.


V. - I PORTAMENTI
Puccini aveva in uggia il portamento ad ogni costo, il portamento ad ogni svolto, il portamento per abitudine. Ma se per caso ne segnava lui qualcuno, guai a non dare a quel voluto pezzo espressivo il massimo dell'intensità.


VI. - LA DEDIZIONE DEGLI ARTISTI
La voleva totale. In questa materia era un despota. Dalla esattezza tonale a quella del colore; dalla efficacia interpretativa della voce umana al gesto espressivo; dal nitore della pronunzia - per lui fondamentale - all'aderenza della parola, all'inflessione musicale.


VII. - GLI SCENARI E L'ATMOSFERA DRAMMATICA
Qui - si capisce - potremmo correre il rischio di esulare dal campo strettamente musicale. Eppure no. Per Puccini, la musica doveva investire la scena, doveva essere l'aria che i personaggi avrebbero dovuto respirar sulla scena, l'atmosfera, insomma, degli scenari. Certi effetti di luce dovevano essere, nè più nè meno, delle modulazioni toanli: ottiche quanto vi pare, ma rivolte a concorrere, con quelle auditive, all'emozione artistica di tutto l'insieme.
Parlando un giorno con Mascagni, Puccini ebbe occasione di dire con acutissima immagine che gli effetti di luce da lui sognati avrebbero dovuto essere regolati "da un orecchio attentissimo". 


VIII. - IL SIPARIO INTESO COME MUSICA
A un musicista di teatro della sensibilità di Puccini non poteva sfuggire l'importanza, spesso decisiva, dell'apertura, e, più ancora, della chiusura del sipario.
Non v'è dubbio che l'apparire e il disparire della scena dinanzi agli occhi dello spettatore debbono essere regolati anch'essi da un "orecchio attentissimo". Vi sono situazioni inesorabili che esigono una conclusione netta e perentoria, scene dopo le quali il sipario deve richiudersi con rapida violenza. Nella stessa guisa che il musicista dà a questo genere di catarsi un drastico uso di trincianti accordali, il regolatore di sipario, che dev'essere un musicista, ha da comportarsi in conformità della struttura musicale della chiusa, troncando nettamente l'azione. Ma esistono sipari che vanno chiusi quasi in un miracolo di estenuata lentezza, così come muoiono in orchestra le note sospirate dagli strumenti. in codesto modo di chiudere il sipario Puccini era l'incontentabilità fatta persona. Guai a non far coincidere l'ultimo movimento di chiusura, l'ultima sparizione della scena con l'accordo da lui designato! "Un sipario chiuso troppo presto o troppo tardi significa spesso l'insuccesso dell'opera". Era la sua ossessione.


IX. - LA MUSICA IN PALCOSCENICO
Se per l'orchestra, collocata giù nel "golfo mistico" le esigenze di Puccini si può dire fossero severissime, pur nella loro forma signorile e cordiale, esse diventavano addirittura meticolose quando si trattava di far giungere al pubblico dei suoni strumentali su dal palcoscenico. La loro amalgama, specie di colore, con l'orchestra al di qua della scena, era da lui curata al massimo grado.


X. FORZA SUGGESTIVA DELLE CAMPANE
Quante mai campane ha fatto suonare Puccini nelle sue opere! Eppure quanta varietà di effetti! Ogni rintocco di campana si traduceva in un incubo per i Maestri Sostituti, addetti all'andamento musicale del palcoscenico. Riuscire a contentare Puccini in questa delicata faccenda era un problema quasi insolubile, perchè il timbro, l'intensità e la giustezza del suono che erano dentro di lui difficilmente combaciavano con lo scampanìo prodotto dalle campane di palcoscenico. "Troppo piano... No, adesso troppo forte. E' aspro. Troppo lontano. Troppo vicino. Più percussione, meno vibrazione. Poesia, poesia, poesia del suono, signori!".
Queste erano le sue osservazioni. Questa la sua grande arte.


(da: Luigi Ricci - PUCCINI INTERPRETE DI SE STESSO - Ricordi, 1954)




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TEN COMMANDMENTS OF PUCCINI
by Luigi Ricci

I. Tempo
II. Expressive Terms
III. Gradations in Volume
IV. Fermatas
V. Portamentos
VI. Dedication of the Artists
VII. Scenery and Dramatic Atmosphere
VIII. The Curtain as Music
IX. Music Behind the Scene
X. Bells

(from "Opera News" - December 17, 1977)
 


I. Tempo
The terms Puccini used with respect to tempo are not unusual - "lento, grave, adagio, largo, larghetto, andante, andantino, moderato, allegretto, allegro, presto" and so forth. Other terms that seem to amplify or diminish previous ones also do not undergo any important variations. We find, therefore, in the scores the normal and customary terminology, more or less abbreviated - "allargando, ritardando, stentando, rallentando, accelerando, affrettando, stringendo", etc.
There is another subspecies of tempo modification of considerable importance in Puccini's music. It is expressed by such words as "più", "meno", "assai", "molto più", "molto meno", and these rather alter the meaning of the terms to which they are added. Puccini had a very acute sensitivity to all this sort of rhythmic movement, both the fundamental or general types that you might care to name, as well as those types that are restrictive or secondary. For example, at an "andante" when he wanted to be certain of the exact tempo he would add "moderato", "piuttosto lento", "ma non del tutto lento".
In general, when he used slow tempos he was very discriminating. He said tempos that are "too slow" make the action die, narcotize it, make it seem heavy and lazy, as if everything were dead. His phobia toward very slow tempos was susceptible, as all rules are, to honest exceptions. But more than once I heard the friendly voice of Puccini say as he urged the conductor confidentially, "Maestro, if you go to sleep, then everything will go to sleep," or "Livelier, livelier, Maestro! Dont' slow down too much. Dont' you hear that this section is falling into fragmnets, and these fragments are crumbling apart and stagnating?"
He passed judgment good-naturedly, saying, "Everybody has a right to rest, but music must never drop off to sleep, much less become almost motionless and then fall into coma." He admonished that "stasis [motionlessness] is the negation of music, especially theater music. Even a solemn occasion must be charged with life. Gazelles and elephants move with a walk that is peculiar to them, but watch out if their legs fold up and they fall to the floor." In this metaphor is all Puccini.
Ordinarily, to avoid substantial misunderstanding about the tempo of a piece, the metronome makes a good guide. Metronome numbers assigned by Puccini in his vocal and orchestral scores are very precise... [but] it was obvious to him that tempos other than those corresponding exactly to a metronome number could also be the proper articulation of a piece. Another thing that could effect a change in the metronome mark is the unfolding of the melodic line. in this case another metronome takes over, the heart - "the Mälzel that is inside us," as Puccini put it. All this poses the question of what metronome mark one should follow. Puccini would answer by saying, "Not everything can be notated." A great deal must be felt; on the other hand, such feeling should not be an excuse for arbitrary or capricious interpretation.
Some of Puccini's sensitive oscillation and diversity of thought in tempo modification can be examined to a greater extent in the interpretation of the secondary, or better, subordinate terms listed above - "Allargando, ritardando", etc. The first question that confronts the interpreter regarding these is: how much? Another is the imperceptible and progressive execution of these terms. On other words, how much time should one take to reach the height of each tempo modification? Puccini answered this with one word: balance. This word presides over all his poetry, all his asthetics, all his compositional art.

II. Expressive Terms
To the interpretation of the terms concerning the various expressive coloring ("coloriti di espressione") given to a piece or a particular part of the same piece - "appassionato, comodo, con affetto, dolce, morendo, tranquillo, grazioso, gaio", etc. - there is another word that must take precedence: "taste"." In the commandments of Puccini this is of greatest importance. Silly practices: none. Conceited antics: abolished. Refinement: without exception.


III. Gradations in Volume
The same keyword, tha same norm ("taste"), must be upheld in terms referring to the gradations in the volume of sound ["coloriti della sonorità"], such as "crescendo, diminuendo, forte, piano, sotto voce, mezza voce" and the like.

IV. Fermatas
Puccini wanted the notes in the middle of a phrase that are marked with a fermata to be held "twice their actual value". This was consistent with his understanding of art: no exaggerated effects. No very long, piercing notes or exaggeratedly loud, violent or aggressive ones. No long, painfully held notes that would bring on the effect of exhaustion when released. Exactness in what he had written is what Puccini demanded.


V. Portamentos
Puccini disliked the excessive use of portamento - the portamento at every turn, the portamento out of habit. But if he happened to write one, be sure to give that section where it appears its maximum intensity.

VI. Dedication of the Artists
In this matter Puccini was a despot. He wanted total dedication, from tonal precision in the use of color; from effective interpretation of the human voice to effective use of expressive gesture; from clearness of pronunciation, which was to him fundamental, to adherence to the words and musical inflection.

VII. Scenery and Dramatic Atmosphere
Here we might run the risk of being outside a strictly musical area - but perhaps not. For Puccini, music must envelop a scene. It had to be the air his characters breathed onstage. In short, music must create the atmosphere of the scenery. The use of certain lighting effects was limited to what was evident from the harmonic changes. There could be as many visual effects as necessary, but they had to be arranged to correspond to aural effects and total artistic feeling. Speaking one day with Mascagni, Puccini remarked in the most vivid terms that the lighting effects of his dreams would be dutifully regulated with "a most attentive ear."

VIII. The Curtain as Music
The decisive importance of the raising and, even more important, the lowering of the curtain would not escape a theatrical composer with Puccini's sensitivity. The appearance and disappearance of the scene from the audience's sight must again be regulated with "a most attentive ear." There are situations that require a neat and peremptory conclusion, scenes after which the curtain must be closed rapidly and sharply. In the same manner that the composer makes dramatic use of slashing chords in this kind of cathartic ending, the operator of the curtain, a musician in his own right, has to behave in conformity with the closing musical structure, neatly cutting off the action. But there are also curtains that close just as the last gasping notes of the instruments die out in the orchestra, as if in a miracle of exhausting slowness. With this kind of closing curtain, Puccini was fastidiousness personified. Woe if the final closing moment, the final disappearance of the scene, did not coincide with the chord Puccini had designated! "A curtain closed too fast or too slow often means the failure of an opera." This was an obsession of his.

IX. Music Behind the Scene
If for the orchestra in the "mystic gulf" [orchestra pit] one could say Puccini's requirements were severe, no matter how refined and cordially worded, they were downright meticulous when it came to the sound of the backstage instruments reaching the public. Their amalgamation, especially of color, with the orchestra on this side of the stage was attended to by him with the greatest of care.

X. Bells
Puccini used bells many times, yet with what variety of effect! Each toll of the bell would turn into a nighmare for the assistant conductor charged wiht musical events backstage. Pleasing Puccini in this delicate affair was almost impossible, because the timbre, intensity and precision of the sound that he envisioned had difficulty tallying with the pealing actually produced. "Too soft...no, now it's too loud and harsh, Now it sounds as if it's too far away. Now too near. More percussive-sounding and less vibrant. Poetry, poetry, poetry of sound, gentlemen!"
These were his observations. This was his great art. 

Beniamino Gigli con Luigi Ricci ('Il Trovatore', 9-12-1939)

 
 Breve testimonianza di Luigi Ricci su Beniamino Gigli, studente per pochi mesi nel 1911 nella classe di canto di Antonio Cotogni a Santa Cecilia in Roma :

"Io accompagnavo già da vari anni la scuola di canto di Cotogni sia privatamente che nel Liceo di Santa Cecilia durante il periodo dei miei studi, e avevo conosciuto molti suoi allievi tra cui Gigli, il quale studiava al Liceo di Santa Cecilia e dava, per la bellezza della sua voce, ottima speranza di quello ch'è stato poi il suo avvenire luminoso. Questi entrò nella scuola di Cotogni, ma per esigenze di distribuzione di allievi, in seguito, venne affidato al Professore Enrico Rosati, venuto dal Conservatorio di Parma. Quei pochi mesi di studio, ma profondo studio accompagnati dal sottoscritto, bastarono al Cotogni per insegnare al suo allievo, quello che egli seppe sfoggiare nella sua lunga carriera: la mezza voce e il canto a fior di labbro, che doveva poi, nell'ugola di Gigli, commuovere gli uditori di tutto il mondo."

(tratta dal discorso inedito intitolato "RICORDANDO BENIAMINO GIGLI E IL SUO TEMPO" dato il 14 novembre 1977 a Roma - in occasione del 20° anniversario della scomparsa di Gigli - da Luigi Ricci, direttore d'orchestra, pianista accompagnatore, preparatore vocale di tanti cantanti tra i quali Bruscantini, Moffo, Olivero, curatore e compilatore dei volumi di variazioni, tradizioni e cadenze per tutti i registri vocali femminili e maschili, e scrittore di libri su Puccini, Mascagni e sui maestri di canto e sul canto lirico)

Cotogni e Ricci
Antonio Cotogni al pianista e compositore suo amico Luigi Ricci nel giorno del suo onomastico

martedì 12 marzo 2019

Belcanto Italiano ® - L'autentico Bel canto italiano è fondato sulla respirazione diaframmatico-intercostale (Parte 3)

Uno dei fondamenti base del canto lirico è la respirazione: forse nessuno, in un intero secolo, l'ha descritta così chiaramente come ha fatto il tenore di Lanuvio (Roma), allievo del celebre baritono del secondo '800 Antonio Cotogni, uno dei cantanti maggiormente apprezzato da Rossini e Verdi.

Vediamo come descrive il suo modo pratico di respirare, appoggiare-sostenere, metodo assolutamente italiano ed impiegato da moltissimi grandi cantanti del Novecento.

LAURI-VOLPI SUL FUNZIONAMENTO PRATICO DELLA RESPIRAZIONE DIAFRAMMATICO-COSTALE

Il corpo vitale della voce è l'aria. Senz'aria non si respira; senza respiro non si canta. E non si vive. (...) Saper respirare è saper cantare.
Va notato che vari trattati di fonetica e di pedagogia vocale non s'accordano "sul metodo di respirazione". (...) Tutti si diffondono sui particolari fisici e fisiologici e sulle nomenclature tecniche degli organi della respirazione, della fonazione e delle risonanze. Ma non v'è chi dia all'artista l'idea sintetica e costruttiva della tecnica vocale. (pag. 73)
Nella "respirazione artistica", il soffio è regolato dalla volontà ed è basato sopra il movimento diaframmatico-costale inferiore della respirazione automatica, allo stato di quiete, con la differenza che la "cintura" formata dai vari muscoli dell'addome deve mantenere la sua funzione per la durata del duplice atto respiratorio in virtù del freno inspiratorio nell'allontanamento volitivo e nel riavvicinamento cosciente della parete addominale, dalla colonna e verso la colonna vertebrale.
Nell'inspirazione il diaframma si contrae e, abbassandosi, comprime i visceri addominali, mentre la cavità toracica aumenta di ampiezza; nell'espirazione, il diaframma si rilascia e i visceri addominali, compressi dalla parete addominale, lo sospingono verso l'alto, mentre diminuisce la capacità toracica. (pag. 76)
Il "freno espiratorio costale" è di gran lunga più efficiente ed efficace del "freno inspiratorio diaframmatico", anch'esso fondamentale. Tra freno diaframmatico e freno della cintura muscolare toracico-addominale si stabilisce il "conflitto dei contrari". (...) Dunque, diaframma e cintura muscolare, in lotta fra loro e insieme associati dall'armonia delle facoltà superiori dell'anima, determinano il flusso aereo, parte del quale sarà tramutato in voce laringea e in risonanza di voce melodica.
E qui sorge un altro contrasto: quello delle opinioni, tra loro avverse, degli scienziati della voce. Ma il cantore deve prescindere da elucubrazioni analitiche e applicare l'opinione che nasce dall'esperienza viva del canto e dalle urgenze di problemi che talvolta si presentano improvvisi alla ribalta, nel pieno svolgimento dell'azione scenica e del canto. (pagg. 77-78)

[da: Giacomo Lauri-Volpi - "Misteri della voce umana", 1957]

Funzionamento pratico della respirazione diaframmatico-costale secondo il tenore Giacomo Lauri-Volpi

Qui Lauri-Volpi, uno dei più grandi cantanti oltre che uno dei più grandi esperti di vocalità e tecnica vocale nell'intero Novecento, spiega cosa accade quando il cantante lirico sa respirare bene ed usa il fiato nel modo giusto, sia per quanto riguarda la presa del fiato, in fase inspiratoria, che per quanto riguarda il relativo controllo di questo fiato incamerato, in fase espiratoria. Se si respira "alto" la corretta respirazione non avverrà (e allora si alzeranno le spalle per errore), se si respira forzando i muscoli della parete addominale come quando si cerca di forzare l'ernia (tipica di certi "affondisti") anche in questo caso la corretta respirazione verrà compromessa. Respirare "basso" e "profondo" non impedisce che si alzi un poco anche il torace, specialmente per le donne (cosa del tutto diversa dalle spalle che si alzano nei principianti) - Respirare "basso" e "profondo" non significa nemmeno e non ha mai significato che non si debbano usare i muscoli addominali in modo impegnato per permettere che l'espirazione risulti lenta e costante fino all'esaurimento del fiato.

Quando parla del "conflitto dei contrari", Volpi sta in sostanza citando il Lamperti riferendosi a questo passo tratto dal "A Treatise on the Art of Singing" di Francesco Lamperti - London, 1877 :

“To sustain a given note the air should be expelled slowly; to attain this end, the respiratory (inspiratory) muscles, by continuing their action, strive to retain air in the lungs, and oppose their action to that of the expiratory muscles, which is called LOTTA VOCALE, or vocal struggle. On the retention of this equilibrium depends the just emission of the voice, and by which means of it alone can true expression be given to the sound produced.” 


Vediamo ora più nel dettaglio cosa insegna Volpi per le due fasi inspiratoria ed espiratoria.

- Quantità giusta d'aria necessariamente maggiore per il canto lirico rispetto al parlato (I) :

L' "aria" respirabile ordinaria per respiro automatico, nello stato di quiete, è valutata dai fisiologi a "cinquecento cmc.". La capacità massima di inspirazione, nell'atto volitivo, è misurata da un'inspirazione di "tremilacinquecento cmc." d'aria. La differenza tra le due cifre stabilisce la quantità d'aria "complementare" e di "riserva" che si può inspirare. È noto che tra respiro e respiro, nello stato di riposo, v'è una "pausa" ristoratrice che risponde al ritmo respiratorio. L'aria di riserva, così importante nel canto, non viene espulsa nella respirazione automatica. Nella respirazione cantata la pausa di riposo è minima e l'espirazione è composta d'aria "complementare", "ordinaria" e di "riserva", a differenza della respirazione parlata che è di solito formata da poca aria "ordinaria" e di "riserva". Quest'ultima, nella respirazione cantata, deve sostenere, in certi casi, quasi tutto il peso respiratorio. Talché, ancor più che nel parlare, va utilizzato nel canto il massimo d'aria di riserva, a condizione, però, che alla fine della frase musicale e al termine dell'espirazione rimanga tesaurizzata nel mantice tanta riserva di quell'aria quanta sarebbe necessaria per trattenere il respiro ancora per un certo tempo. (pag. 78)

[da: Giacomo Lauri-Volpi - "Misteri della voce umana", 1957]

Respirazione per il canto lirico, descritta da Lauri-Volpi (I)
Qui Volpi sta chiaramente dicendo che la respirazione per il canto lirico differisce da quella ordinaria del parlato, soprattutto in una persona comune che non ha mai studiato canto. Certamente non si deve respirare prendendo una quantità d'aria talmente eccessiva da bloccare rigidamente il cantante, ma il concetto espresso è che non basta prendere poca aria nella maggioranza dei momenti, all'interno di una performance vocale in concerto o in un'opera: i 500 cmc citati non sono molto spesso sufficienti per cantare, a meno che non si debba cantare qualcosa di così corto come ad es. il "Sì" sulla nota mi centrale, all'inizio dell'aria di Mimì, "Sì. Mi chiamano Mimì", ma subito dopo bisogna già respirare di più. Come si deve prendere molto più fiato quando si devono sostenere note molto lunghe, acuti e lunghe sequenze di colorature-agilità vocali !!!

Ma andiamo avanti. Proseguiamo con l'interessante lettura.

- Quantità giusta d'aria necessariamente maggiore per il canto lirico rispetto al parlato (II) :

Confermato che la respirazione deve rimanere del tipo "diaframmatico-costale", l'immissione dell'aria, nel canto, avverrà superficialmente in base ad un'inspirazione d'aria "ordinaria". In altre parole, l'artista cosciente e sicuro di sé canterà respirando naturalmente, regolandosi secondo le esigenze vitali dell'ossigenarsi e quelle artistiche della frase cantata e da cantarsi dopo la pausa. (...) In séguito, esperienza e maturità insegneranno la respirazione spontanea e rapida, divenuta un riflesso automatico condizionato, acquisito nella ginnastica abituale. È lo stesso fenomeno che si riscontra nell'automatica digitazione del pianista.
Riepilogando, si può stabilire che, trovato il punto d'appoggio, il suono melodico s'alimenta della corrente d'aria che risulta, abitualmente, da "millecinquecento a duemila cmc." d'aria durante la inspirazione cantata. (pag. 79)
Nel canto tutto è un "gioco" d'aria nella pressione infraglottica verso le corde vocali in tensione e nella penetrazione verso le cavità cervicali. (pag. 89)
Quanto all'apertura della cavità orale nel canto, va ricordato ch'essa è l'effetto, non la causa, di una giusta emissione, quando il diaframma proietta in direzione delle cavità superiori la colonna d'aria necessaria e sufficiente. È intuitivo che la sola aria ordinaria del respiro vitale, in stato di quiete e di silenzio, non basterebbe a un atto respiratorio di una certa energia. Per la quale ragione, tanto nel respirare parlando che nel respirare cantando, s'immette quella certa quantità d'aria di compenso o di supplemento a sostegno della parola e del suono. Flusso aereo, altezza e densità del suono non debbono nuocere alla libera articolazione e pronuncia della parola. Suono e parola restano paralleli, servendo ciascuno l'espressione dell'idea, in quanto il canto è "fenomeno psichico", intenzionale, oltre che essere "fenomeno fisico". (pag. 80)

[da: Giacomo Lauri-Volpi - "Misteri della voce umana", 1957]

Respirazione per il canto lirico, descritta da Lauri-Volpi (I)
In questa seconda parte del discorso, Volpi sta genericamente stabilendo che l'aria da respirare oscilli nel bravo grande cantante tra 1500 e 2000 cmc; è chiaro che quando si canta non si pensa a quanti cmc prendere, il punto di Volpi è che il quantitativo d'aria usato nel parlato, che di solito quando si parla è molto di meno, non basta per cantare liricamente, poiché quando si parla :
- 1) le parole dette durano in media ognuna meno di un secondo, sono brevissime quindi,
- 2) si tende a spezzare le parole, non a legare tutte le parole assieme come quando si esegue un "cantabile" belliniano o pucciniano,
- 3) e l'estensione della voce usata è limitata a pochissime frequenze centrali, mentre nel cantato si deve cantare su almeno due ottave di estensione e anche di più, se si arriva a note davvero gravi e sopracute.

Egli menziona anche l'importanza di collegare il fiato con le cavità cervicali, cosa che rimarcherà ancora, più tardi negli anni, in questa intervista storica:

 

Per far funzionare appieno questa respirazione diaframmatica, è necessario, come dice Volpi, usare la "cintura" formata dai vari muscoli dell'addome per frenare lentamente e costantemente la risalita del diaframma che naturalmente salirebbe velocemente tutto in una volta, con conseguente risultato che sarebbe finita l'aria in un secondo solo. L'uso di questo freno addominale deriva chiaramente dalla scuola cotognana, come si comprende da questa testimonianza della Olivero che parlando di Ricci pianista per anni del grande Cotogni, baritono e famoso maestro di canto a Santa Cecilia in Roma, spiega che per sostenere in modo efficace il fiato-suono in fase espiratoria si devono impiegare i muscoli addominali.


Magda Olivero su Cotogni e l'importanza di saper respirare e di sostenere con i muscoli addominali nel canto lirico :

MAGDA OLIVERO : «Cotogni faceva scuola e Ricci era al pianoforte, quindi poi Ricci ha preso anche l'eredità proprio dal maestro, quindi ha assimilato tutte le lezioni di questo grande maestro e diceva Ragazzi, ricordatevi: "Saper respirare e saper sostenere, si sa cantare!". Sembra facile, eh!?! Però, quando si riesce, a farlo, si capisce appunto la bellezza anche di questa cosa, perché allora si canta senza il pensiero di dire: 'Uh, che fatica!' No, non è una fatica, perché i muscoli addominali sostengono il diaframma e il diaframma sostiene questa colonna di fiato che va e cammina, cammina, cammina, tranquillamente e non si fa fatica. Di Ricci io ho sempre un ricordo colmo di gratitudine, perché quello che ho imparato da Ricci non si dimentica.(...) Tanti dicono: 'Saper respirare e sostenere non è mica una cosa così difficile'. E invece è così difficile.»

[da : Marcello Giordani and Magda Olivero: A Conversation About Opera (Part Two) Milano, Italy - June 2010]


Se non si usa questo tipo di respirazione adatta alle ardue richieste del repertorio lirico da parte dei compositori, sarà inevitabile che si canti DI GOLA e si perderà dopo non molti anni l'uso della voce, in parte o quasi totalmente. L'importanza di spostare l'attenzione dalla gola al diaframma viene infatti rimarcata persino da Gigli, del quale spesso si è erratamente detto fosse un cantante vissuto solo su doti naturali, che al termine di Cavalleria e Pagliacci e moltissimi bis a fine recita, nel 1953 a Genova, rispondeva così alle domande poste da alcuni studenti di canto:


Concludiamo dicendo che quando si unisce al fiato il suono, per cantare "sul fiato", caratteristica propriamente belcantistica, bisogna che anche la posizione vocale sia giusta e questa sarà sempre diversa, tra un suono a "piena voce", uno a "mezza voce" ed uno "filato" ed anche a seconda dell'altezza della nota da cantare. Fiato profondo e perfetto sostegno respiratorio non creano da soli, slegati dal suono, il canto "sul fiato"; solo se anche la posizione vocale, in tutti i casi richiesti dal compositore, sarà perfetta si potrà avere come risultato il canto "sul fiato", altrimenti andrà a finire IN GOLA, e sarà un suono o schiacciato o intubato, che produrrà un canto spinto e urlato, e perderà pertanto la caratteristica di risultare Bel Canto. Svilupperemo meglio il discorso in particolare sulle posizioni vocali nei prossimi articoli.

( In anticipazione, si legga questo importante consiglio sull'emissione della A, "regina delle vocali" secondo il Rossini, dato dal sommo Volpi: 

Per approfondimenti sul funzionamento della respirazione nel canto lirico, potete leggere nella lingua più comoda per voi il seguente articolo :

https://belcantoitaliano.blogspot.com/2014/11/la-respirazione-nel-canto-lirico.html (ITALIANO)
https://belcantoitaliano.blogspot.com/2016/03/respiration-in-operatic-singing.html (ENGLISH)
https://belcantoitaliano.blogspot.com/2016/02/la-respiracion-en-el-canto-lirico.html (ESPAÑOL)
https://belcantoitaliano.blogspot.com/2019/08/la-respiration-dans-le-chant-lyrique.html (FRANÇAIS)
https://belcantoitaliano.blogspot.com/2015/02/a-respiracao-no-canto-lirico.html (PORTUGUÊS)
https://belcantoitaliano.blogspot.com/2016/12/blog-post.html
(RUSSKIJ)

(continua)

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APPENDICE :

Ecco alcune testimonianze di altri grandi cantanti del Novecento che concordano in teoria e in pratica con Volpi :

Il soprano Toti Dal Monte sulla respirazione lenta e profonda:

« (...) aspirando lentamente e profondamente (...) quindi attaccare il suono "sul fiato" (...)
compiere con notevole economia l'operazione contraria (...) sufficiente così a sostenere i "legati" richiesti da ciascun esercizio »

(da: Toti Dal Monte - Presentazione dei "Vocalizzi", Ricordi 1970)


Il soprano Anna Moffo spiega l'appoggio e la respirazione diaframmatica :

- "Anna," dissi, "Lei è di origine italiana, ha trascorso molto tempo in Italia, e parla la lingua italiana insolitamente bene. Che cosa significa per Lei il termine 'appoggiare'?"
- (...) "Tutte le volte che qualcuno mi ha detto, 'Appoggia bene,' ha sempre significato per me 'sostegno'." (...)
"Alcuni fanno l'attacco di glottide perché spingono nel fiato. Ciò è dannoso alla gola. Il mio problema più grande, se so di avere una grande frase, è che mi devo esercitare per 'non' prendere un grande respiro in più. Ho scoperto di avere più fiato di quel che pensavo.
Io leggo spesso ad alta voce. Non dico, 'Mi chiamano Mimì,' (respiro affannoso), 'ma il mio nom'è Lucia,' (respiro affannoso), dunque perché dovrei farlo quando canto? Delle volte per lunghi e interminabili passaggi di note veloci prendo un fiato più profondo ed espando la schiena. Per me, il 'sostegno' significa semplicemente mettere il giusto quantitativo d'aria in ogni nota, e non lasciarlo mai calare, così che sia un tutt'uno...ogni nota ha la stessa energia. Ho come la sensazione che una colonna d'aria mi stia proprio fuoriuscendo da in cima alla testa, ma a partire dai piedi... Naturalmente non è così: parte dal diaframma. Io respiro dal diaframma e addome basso, assieme alla schiena."

(tratto da una intervista al soprano Anna Moffo condotta dal basso Jerome Hines, riportata in: J.Hines - "Great Singers on Great Singing", Doubleday, 1982)


Renata Tebaldi sull'importanza di trovare il punto d'appoggio e di saper respirare :

«Allora bisogna studiare al punto da conseguire razionalmente, per mezzo di tecnica, quello che a venticinque ti viene automaticamente. Io avevo già un’ottima tecnica, per via della mia Maestra, Carmen Melis... (...) Grazie anche alla signora Melis, cominciai ad analizzarmi perché gli automatismi di natura diventassero automatismi d’arte. A un certo punto conquistai un’ulteriore distensione del diaframma e trovai il perfetto punto d’appoggio per la voce. (...) Solo chi sa respirare sa, soprattutto può, veramente fraseggiare, ossia rispettare la punteggiatura della frase musicale, che da Palestrina a Puccini, e anche nella musica strumentale, è sempre modellata sulla durata del fiato; poi, può cantare piano (...) può permettersi quel piano, crescendo e diminuendo di nuovo al piano su di una sola nota, la cosiddetta ”messa di voce”, per la quale mi si diceva incomparabile. Pensi che quella meraviglia di Marilyn Horne dichiara di essersi ispirata a me, oltre che a Ebe Stignani, anche per questo. E così quell’altra meraviglia di Montserrat Caballé. Poi, la respirazione e il fraseggio influiscono sul timbro. La bellezza del timbro è di natura, ma si conquista e si perfeziona».

(da "Parla la signorina Tebaldi", articolo di Paolo Isotta in occasione degli 80 anni del celebre soprano - Corriere della Sera, 30 gennaio 2002)


Il soprano Montserrat Caballé sulla respirazione profonda, base fondamentale del canto lirico (che tra i suoi insegnanti ebbe Napoleone Annovazzi) :

"Sono nata con una voce. Ma questo non è sufficiente a fare di me una cantante, figuriamoci una musicista", così ha dichiarato Montserrat Caballé (...) "...se non avessi avuto una buona tecnica sarei stata fuori gioco nell'arco di un decennio. Credo che sia essenziale conoscere tutto ciò che v'è da sapere sull'emissione e la proiezione del suono. E l'unica via è quella d'acquisire una sicura e solida tecnica di respirazione." (...)
La Caballé ed il resto della classe di canto passarono il loro intero primo anno al Conservatorio imparando a respirare. La sua insegnante di canto Eugenia Kemmeny dedicò tutto il tempo a lavorare con loro agli esercizi di respirazione (...) I suoi esercizi di respirazione erano volti a costruire "un'ampia e solida parete attorno al diaframma utilizzando e controllando tutti quei muscoli sotto e dietro l'addome che sostengono il diaframma e la parte posteriore. (...) Il lavoro di sospingere in alto l'aria, propriamente detto, viene fatto dai muscoli addominali".
La Kemmeny (...) sottolineava anche il fatto che i cantanti dovrebbero sempre conservare la loro resistenza massima per il finale, "gli ultimi 150 metri". Aveva un cronometro a portata di mano che usava per misurare quanto a lungo le sue allieve riuscissero a mantenere il fiato e quanto lentamente potessero dosare e rilasciare l'aria che effondevano. Ella spiegava che se fossero riuscite a sviluppare una stabile e solida parete attorno al diaframma, ciò avrebbe salvaguardato e permesso la massima espansione (...) e le avrebbe anche rese in grado di regolare l'aria presa senza alcuna contrazione nella gola. (...) A differenza di alcune sue compagne di classe, che ritenevano folle la Kemmeny (...) la Caballé trovò interessante la sua spiegazione, ed ella sostiene che la sua intera carriera è basata su questo principio. (...)
Durante il suo secondo anno di Conservatorio, la Caballé inizio le vere e proprie lezioni di canto e, mentre continuava a lavorare alla tecnica con la Kemmeny, iniziò anche a studiare il repertorio con Napoleone Annovazzi. "Nell'arco di un anno, mi aveva insegnato come non forzare mai la voce bensì produrre un flusso costante di suono apparentemente naturale".
Quando le venne chiesto dall'ultimo Editore di "Opera News", Robert Jacobson, se avesse sempre avuto la capacità di fare quei famosi pianissimi sostenuti, ella rispose: "No. (...) Ci ho provato, ma non ci riuscivo. Ho chiesto alla mia insegnante e mi ha detto: «Certo che ci puoi riuscire. E' questione d'esercitarsi con il fiato - come proiettare non il suono ma il "fiato". La voce deve (...) sempre "galleggiare" sul fiato.» Dunque, come vede, dispongo dei pianissimi perché ho imparato a farli".

(tratto da: Helena Matheopoulos - "DIVA, Great Sopranos and Mezzos discuss their Art" - Northeastern University Press, 1991)



Il mezzosoprano Fedora Barbieri sulla respirazione diaframmatica, sostenuta dai muscoli addominali :

« Il primo passo, nel buon canto–e che, in Italia, viene tenuto nella più grande considerazione–è la respirazione. Noi dedichiamo molto tempo a padroneggiare la corretta presa d'aria. Questo respiro è sempre originato nel diaframma, sostenuto da forti muscoli addominali (...) Il grande segreto del buon canto è di lasciar riposare qualsiasi suono–sonoro o delicato, acuto o grave–su un respiro puramente diaframmatico. Una volta che si è imparato a padroneggiare completamente il fiato, è assolutamente possibile che un cantante soffra di un raffreddore o di una costrizione del torace, e tuttavia riuscirà a produrre dei bei suoni. La respirazione toracica inganna la cantante nel pensare che ella stia prendendo un fiato abbondante, ma in realtà non è così. Il giusto respiro per il canto deve sempre venire dal diaframma–e il miglior modo per capirlo e padroneggiarlo è di sdraiarsi, rilassati, proprio come se si dormisse, e di respirare come quando si dorme. »

(da: "Is there an 'Italian' Method?", from an interview with Fedora Barbieri secured by Myles Fellowes, in "Etude - The music magazine", October 1954)


Il contralto Bruna Castagna sull'importanza dell'appoggio dato dall'uso dei muscoli addominali per sostenere il suono nell'espirazione :

« Quanto alla respirazione (...) lo studente dovrebbe fare attenzione a prendere fiato naturalmente, basandosi sui forti muscoli addominali per il sostegno (...) Si provi a rilasciare fiato quanto basta per vocalizzare le note della vostra frase, e si cerchi di rilasciarlo in modo costante. Due errori che bisogna guardarsi dal commettere sono :
1. Espellere il fiato tutto in una volta.
2. Espellere il fiato in modo irregolare.
C'è un piccolo esercizio utile che può mostrarvi esattamente quali siano le vostre abitudini quanto al controllo del fiato. Accendete una candela, e mettetela abbastanza vicina alla bocca facendo sì che il fiato passi la fiammella mentre cantate. Se non canterete in modo corretto, la fiammella oscillerà irregolarmente e poi se ne andrà. Se canterete in modo corretto, fuoriuscirà così poco fiato che la fiammella rimarrà indisturbata. (...) Naturalmente, è l'azione regolata del diaframma che mantiene il fiato uniforme. Il diaframma deve essere perfettamente sotto controllo, specialmente nel caso in cui il cantante non sia avvantaggiato naturalmente da un lungo fiato, e ciononostante debba imparare a cantare lunghe frasi. »

(da: "Good singing must be natural" by Bruna Castagna, leading Contralto of the Metropolitan Opera Company - A Conference secured expressly for The Etude Music Magazine by Rose Heylbut, March 1939)


Il tenore Beniamino Gigli sulla respirazione diaframmatico-costale e l'impiego della parete addominale :

« La base del "serbatoio" del fiato è il diaframma; e l'esatto dosaggio della fuoriuscita del fiato per produrre, sostenere e alimentare un dato tono secondo l'idea e il volere ('pensiero e volontà') del cantante, dipende primariamente (fondamentalmente) dalla corretta azione del diaframma e secondariamente (e ausiliare estremamente importante) dall'azione delle costole inferiori o "fluttuanti". Quando un tono vocalizzato non è ben posizionato o ben messo, sia esso F o P, quando non è correttamente sostenuto dal fiato ('appoggiato') e "accordato" con esso, dà un'impressione ciondolante ('a ciondolone'), presenta una monotonia e fiacchezza tonale che sicuramente manca di carattere e di qualità comunicative; avrà poca o nessuna espressione ed "attitudine".
Con questi toni, specialmente nel canto a "mezzavoce", il fiato fuoriesce insieme al flusso tonale, diluendolo e indebolendolo. Come risultato l'intera frase non può essere completata adeguatamente per mancanza di fiato, essendosene perso molto in questo modo, senza giovarne il tono. (...)
Vieni e stai davanti a me. Guarda come prendo fiato. Metti qui le tue mani. Senti come è abbassato il mio diaframma durante l'inspirazione (perciò spingendo in fuori la parete addominale) e come l'espansione delle costole laterali completa l'azione. (...)
Nota in particolare che non vi è rigidità o durezza alcuna in questa regione del corpo, ma solo una flessibile solidità con della "elasticità" in essa presente. E nota bene, inoltre, che NON APPENA INCOMINCIO A CANTARE (...) canto sull'aria accumulata proprio sotto la laringe. »

Tratto da: Lezione introduttiva di Beniamino Gigli, Londra dicembre 1946, riportata in: E. Herbert-Caesari [Diplomé, La Regia Accademia di Santa Cecilia, Rome] - THE VOICE OF THE MIND – 1951


Il tenore Hipólito Lázaro (che studiò in Italia con Ernesto Colli) sull'importanza del sostegno della fascia addominale in fase espiratoria :

« Mettiti di fronte a uno specchio, in posizione ferma, con la testa lievemente inclinata, guardando in basso verso te stesso. Inspira profondamente attraverso il naso, il più lentamente possibile, con l'idea di inviare l'aria all'addome. (...) poni le labbra a forma di pesce, imitando la forma della bocca del merluzzo, siccome questo pesce è il più adatto a questo esempio. (...)
L'inspirazione profonda trattenuta nell'addome servirà a cantare a mezza voce e a resistere nelle lunghe frasi.

(...) per dominare il fiato a tuo piacimento, devi fare il seguente esercizio:
Sempre di fronte allo specchio, metti la bocca a forma di "pesce", come ti ho indicato, con la testa un poco bassa, che è la posizione perfetta per dirigere il fiato al "labbro superiore". Prendi un respiro profondo attraverso il naso, espira l'aria poco a poco, come se si dovesse riscaldare la punta delle dita fredde, con l'intenzione di dirigere quest'esalazione dietro il "labbro superiore", come fosse appoggiato dietro ai denti superiori che è il punto che serve da "arco armonico" per il suono; il suono ben collocato esce dalla volta del palato. (...)

Questi segni che indico di seguito sono quelli che uso per riprendere fiato e che devi imparare alla lettera.

Il primo significa un'inspirazione profonda (1). Il secondo, la respirazione normale (2). E questo è il fiato "rubato" (3), che userai molte volte senza che il pubblico se ne accorga. »

(da: Hipólito Lázaro - "Mi método de canto", 1947)


Il tenore Giuseppe Di Stefano sulla respirazione diaframmatica e profonda nel canto lirico :

« (...) qualche parola sul diaframma, che è la base su cui si fonda la sicurezza della voce e, in definitiva, la sicurezza del cantante. (...) La personalità, la sensibilità artistica di un cantante possono esplicarsi in pieno soltanto se questa fondamentale parte anatomica funziona perfettamente, è educata a funzionare ed è mantenuta accuratamente in funzione. In un certo senso rappresenta il punto di contatto fra l'essere fisico e l'essere sensibile dell'artista che si esprime attraverso il canto.
Il diaframma è quel muscolo che separa i polmoni dallo stomaco e dagli intestini. Gli antichi affermavano che è la sede della vita. Per i cantanti il diaframma, o meglio i muscoli che lo sostengono, accompagnano la respirazione quando essa si avvia all'esaurimento dell'aria immagazzinata nei polmoni; questi ultimi entrano in giuoco nell'ultima fase, quando si espira completamente l'aria che si ha in corpo. Quando canti, c'è un momento in cui arrivi a svuotare i polmoni. Il diaframma deve essere sempre pronto affinché questa emissione avvenga nel modo più regolare: nel canto si tratta di una questione basilare. L'aria entra nei polmoni, il diaframma si abbassa per far posto all'aria; mentre tu canti, il diaframma torna su e i muscoli addominali servono perché il diaframma venga su con regolarità. (...)
La respirazione dei cantanti è profonda, costale-addominale, e nell'inspirazione le ultime costole si allargano: quando tu respiri senti allargarsi la parte posteriore della cassa toracica in basso. »

(da: Giuseppe Di Stefano - "L'arte del canto" - Rusconi, 1989)


Il tenore Luciano Pavarotti sul sostegno della voce con la respirazione diaframmatica :

« Non si può aver studiato il bel canto e cantato così a lungo come me, senza sviluppare forti convinzioni riguardo al modo in cui bisogna farlo. Come altri hanno sottolineato, esistono tante teorie quanti insegnanti di musica vocale. Inoltre ogni voce è un po' diversa da un'altra - come una firma o un'impronta digitale - e pone all'insegnante particolari problemi. Ma alcune cose sono fondamentali per tutte.
I primi di questi elementi base sono il sostegno della voce e la respirazione. Io l'avevo saputo in teoria per anni, ma non ne sono diventato completamente padrone né ho capito a pieno quanto fosse essenziale per una carriera importante, in cui devi cantare di continuo, fino alla tournée australiana con Joan Sutherland nel 1965. (...) Il sostegno di un torace forte è così cruciale, perché sposta lo sforzo dalle corde vocali, che sono membrane estremamente sensibili, al diaframma, il quale è un complesso muscolare di dimensioni notevoli e, qualora lo sviluppi nel modo appropriato, estremamente potente. »

Luciano Pavarotti - "Sul canto e l'interpretazione",
da: "Pavarotti My Own Story", Doubleday, 1981 (a cura di William Wright)


Il tenore Luciano Pavarotti sul sostegno della voce col diaframma :

« Se sostieni correttamente la voce, cioè usando correttamente il diaframma, puoi cantare molto più a lungo - in una sera e in una vita - senza segni di usura.
Il miglior esempio è il pianto dell'infante. Un bambino può piangere tutta la notte senza smettere un momento e senza alcuna perdita di volume sonoro perché emette i suoi strilli col diaframma, non con la gola. Naturalmente, il bambino ha un vantaggio: prende una nota e continua con quella. Tuttavia c'insegna qualcosa sul canto.
Il suono nasce nell'area del torace - nei polmoni, in effetti - non in gola. È una cosa così semplice e così vera, ma quanti cantanti se ne dimenticano? Bisogna lavorare ed esercitarsi finché il sostegno della voce dal diaframma diviene un riflesso naturale. Inoltre è necessario, sempre con l'esercizio, eliminare qualsiasi ostacolo a quella colonna d'aria che stai spingendo su dal diaframma alle corde vocali. (...) Chiunque, se ci lavora abbastanza, può sviluppare la facoltà di sostenere la voce col diaframma. Ma anche il più fantastico apparato vocale non svilupperà appieno il suo potenziale, se la respirazione e il sostegno della voce non sono così perfettamente esercitati che ogni volta che canti, la colonna d'aria, la quale è, diciamo così, il carburante del suono da te prodotto, non sia automaticamente sospinta in alto con la giusta forza e senza impedimenti. »

Luciano Pavarotti - "Sul canto e l'interpretazione",
da: "Pavarotti My Own Story", Doubleday, 1981 (a cura di William Wright)


Il tenore Carlo Bergonzi sull'importanza della padronanza del fiato, fondamento base della tecnica vocale :


« (...) ho potuto cantare a fianco di grandi tenori come Gigli, Schipa e Pertile. Ai quali chiedevo consigli tecnici negli intervalli: “Commendatore, come respira Lei per fare quegli attacchi sul passaggio?”. E Gigli rispondeva: “Caro, mettiti la mano qua sopra il diaframma mentre respiro”. E per darmi un esempio attaccava la prima frase di “Mi par d’udir ancor”. Ci sono tanti che dicono oggi: “Sì, ma è una tecnica vecchia!”. Sbagliano: la tecnica è una ed è basata sulla padronanza del fiato; è l’interpretazione semmai a mutare con gli anni. »

(da un'intervista a Carlo Bergonzi, pubblicata sulla rivista "MUSICA" nel febbraio 2009)


Il tenore Carlo Bergonzi sull'appoggio diaframmatico nella respirazione per il canto lirico :

« (...) ci vogliono il fiato ed il diaframma. Vale per tutte le corde: se si prende fiato con le spalle si sente un brutto suono perché non si può appoggiare, ma se si respira bene la voce è già a posto, non c’è bisogno di pensarci.
Ecco perché – prosegue Bergonzi – il canto, quando la voce è a posto, è un divertimento. Non è una fatica! E’ una fatica quando si canta indietro. »


(da un incontro con Carlo Bergonzi - Parma, Casa della Musica, 11 ottobre 2008)


Il basso Cesare Siepi sul fiato profondo, sostenuto dai muscoli addominali :

« La respirazione femminile naturale è istintivamente più alta. Ciò significa che la donna deve imparare a respirare più basso, sempre mantenendo la rilassatezza. Il problema del "fiato alto" certamente esiste per tutti i cantanti e dev'essere accuratamente evitato. Se avete la minima tendenza a muovere le spalle su e giù nel prendere un fiato profondo, la vostra respirazione è difettosa. L'origine del fiato non è il petto ma il diaframma dove il sostegno deriva da forti muscoli addominali. »

(da : "Forget about your throat" from a conference with Cesare Siepi secured by Myles Fellowes, in "Etude - The Music Magazine", June 1952)

mercoledì 6 marzo 2019

Al via le celebrazioni ufficiali per il 40° di Giacomo Lauri-Volpi, a Verona con Belcanto Italiano ®, il Museo della Radio di Verona e delegazioni da Spagna e Italia



14 marzo 2019: prendono il via da Verona le celebrazioni che ricordano il mito e la storia di una delle voci liriche più acclamate nel mondo.  L'importante evento nazionale-europeo, è intitolato "IL TENORE GIACOMO LAURI-VOLPI MITO E STORIA DI UNA VOCE TRA DUE SECOLI" - Incontro internazionale con concerto lirico nel 40° anniversario della scomparsa del Tenore di Lanuvio", che avrà luogo presso la Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico di Verona giovedì 14 marzo 2019 alle ore 18,00 (aprendo così in anticipo le celebrazioni di un'importante ricorrenza volpiana: 17 marzo 1979 - 17 marzo 2019).

L'idea di progetto di questo evento è nata quasi "naturalmente" in seguito al successo del concerto in omaggio a Beniamino Gigli che si è svolto il 23 novembre 2017, al quale era presente il Prof.. Alessandro Volpi. E' subito nata l'idea di realizzare qualcosa di simile anche per il collega laziale del tenore recanatese. Essendo egli scomparso nel marzo 1979, è sembrato doveroso organizzare questa conferenza-concerto attorno alla ricorrenza dei quarant'anni dalla scomparsa di Lauri-Volpi.

Va ricordato che da diversi anni - quasi quotidianamente - come musicisti, didatti e ricercatori dell'Associazione "Belcanto Italiano" di Ravenna e del Centro Internazionale di Studi per il Belcanto Italiano "Beniamino e Rina Gigli" di Recanati, il M° Mattia Peli e il Soprano Astrea Amaduzzi studiano e promuovono, parallelamente alla figura di Gigli, anche quella di Lauri-Volpi.

Questa importante opera di divulgazione avviene con la diffusione di scritti volpiani selezionati con cura e con la pubblicazione di documenti che riguardano soprattutto la vocalità e la tecnica vocale.
L'incontro del 14 marzo 2019 dedicato a Lauri-Volpi inizierà con l'intervento di Bruno Spoleti, amico di Lauri-Volpi ed esperto di vocalità. L'intervento di Spoleti, "Omaggio a Giacomo Lauri-Volpi",  proseguirà con ascolti al grammofono di dischi originali volpiani, a cura di Alberto Chiàntera, che porterà grammofoni e dischi provenienti da due suoi musei veronesi.
Gli ascolti al grammofono saranno alternati con l'esecuzione di arie di Verdi e Puccini interpretate dal soprano Astrea Amaduzzi, la cui arte vocale è così tanto piaciuta al direttore del teatro veronese che l'ha voluta richiamare per questo e un altro appuntamento futuro dedicato a un altro storico nome veronese della lirica.


La presenza di una voce sopranile come quella di Astrea Amaduzzi è importante anche per ricordare una figura sempre presente nella vita e nell'anima del grande tenore di Lanuvio: il soprano Maria Ros, moglie del tenore e sua maestra di canto, che sostenne l'incredibile carriera che lo portò a spaziare dal Barbiere di Siviglia all'Otello di Verdi.

All'incontro saranno presenti anche Carla Lauri-Volpi e le delegazioni d'onore provenienti da Lanuvio (Roma) e Burjassot (Valencia, Spagna), e Verona. 

Come sempre verrà video-registrata l'intera manifestazione.

Certamente sarà apprezzatissima la presenza del pubblico a teatro, anche perché - come diceva giustamente Volpi stesso - la voce lirica va sentita dal vivo e a teatro.
Sarà peraltro veramente eccezionale l'ascolto delle registrazioni di cantanti lirici direttamente da grammofono, esperienza notoriamente riservata ai soli collezionisti.

Non mancate, quindi a un evento davvero eccezionale.

L'ingresso è libero, previa prenotazione al numero 330910308

giovedì 9 novembre 2017

LA VOCE IN MASCHERA NEL CANTO LIRICO, O SIA IL SUONO "AVANTI"

IL SUONO IN MASCHERA NEL CANTO LIRICO, O SIA IL SUONO "AVANTI"
di Astrea Amaduzzi

Questo articolo è la prefazione dell'articolo

La verità della "maschera" spiegata dal tenore Aureliano Pertile



"Ho qualche dubbio sulla tecnica vocale che mi hanno insegnato, soprattutto perché dopo anni di studio io mi sforzo e arrivo a sentire dolore ed essere afono, cantare non dovrebbe essere altro?"

Questo è quanto mi sento dire troppo spesso. La domanda successiva la faccio io:

"Che cosa ti hanno spiegato sulla tecnica vocale?"

E questa, è la risposta agghiacciante che arriva puntuale:

"Non ho capito molto sulla respirazione, mi hanno detto che devo respirare poco (n.d.r. qualcuno è arrivato a dire "non respirare perché il corpo respira da solo").... e poi mi hanno detto di mandare il suono indietro, verso la nuca, verso il muro".


No, non va bene.
Chi vi dice di non respirare o respirare poco, o respirare senza muoversi
è un assassino della voce.
Chi vi dice di mandare il suono indietro, nel muro, nella nuca,
è un assassino della voce.
Chi vi dice di cantare infilandovi oggetti o pugni nella bocca
è un assassino della voce.
Non si può riuscire a cantare repertorio operistico in questo modo, perché la voce si blocca.
Sprecare anni di vita e possibilità dietro queste falsità sulla tecnica vocale vi farà solo un gran male.

Ricordo come fosse ora la mia prima lezione di canto, ero felicissima e piena di curiosità perché cantare - già lo sentivo - era la cosa che più amavo fare. Avevo 12 anni.
Il Maestro prima di iniziare ad ascoltare la mia voce mi disse poche cose che sarebbero state un faro luminoso per la mia vita nel canto.

"Astrea, che bel nome che hai! Sentiremo la voce, ma prima devi sapere come funziona il tuo strumento. Perché la voce deve essere impostata. Prima di tutto per imparare a cantare bene devi saper respirare bene, con una respirazione ampia e profonda e in basso, con la pancia, vedi?" 

Il Maestro mi fece vedere come respirava mentre mi faceva sentire i muscoli addominali che funzionavano benissimo... pancia in fuori!

E poi mi fece sentire un vocalizzo su tre note congiunte in una zona media della voce di tenore - con una o sonora e robusta, quillante e ricca di armonici.

"Ecco!" - disse il Maestro - "vedi? Morbida, morbida qui (si toccava la mandibola) come uno sbadiglio! E poi il suono dev'essere mandato su, AVANTI, IN MASCHERA, prova a cantare così!"

Dopo un brevissima prova d'intonazione, mi face fare tre suoni congiunti sulla vocale O.

"No, non va bene, senti che non va su? Il suono deve girare e andare in MASCHERA, AVANTI" (Il Maestro indicava con il dito in diagonale verso l'alto all'altezza del naso) "La maschera è importantissima, perché la voce si deve amplificare in modo naturale, con il sostegno del fiato, adesso prova con la U"

Ripetei la successione di note sulla U in una zona centrale e comoda della mia estensione e... come per magia la mia voce squillò e si fece brillante e sonora

"Ma che bella voce Astrea, tu sei un usignolo! Ecco, e adesso dove hai messo la U metti la O e tutte le altre vocali!"

Il Maestro mi aveva insegnato le basi più semplici, vere e profonde del sistema tecnico - vocale migliore che ci sia con una facilità disarmante, e questo è quello che io insegno tutt'ora ai miei Allievi.

Che cos'è il SUONO IN MASCHERA o SUONO AVANTI?

E' un sistema che serve a rendere la voce brillante, squillante, potente ed efficace (anche nelle condizioni acustiche più infelici!)...

Il fiato passa attraverso le corde vocali e - permettetemi un termine "pittorico" - si "tinge" delle vibrazioni delle corde vocali, ma questo non basta. Questo flusso d'aria che porta il prezioso carico sonoro con sè, deve essere indirizzato soprattutto nella parte centrale e bassa della voce in alto. Un'immagine utile può essere quella di immaginare di dirigere il suono "verso il naso" e "avanti"

- senza naturalmente far confusione tra "suono in maschera, avanti" e "suono nasale" che invece è da evitare.

Il "SUONO IN MASCHERA" è ricco, vivo, brillante e bello, il SUONO NASALE è ovattato, sgraziato, costretto e difficile da formare  e ricorda lontanamente...  il timbro di un'oca!


Pronunciando la vocale U su una nota media della vostra prima ottava (ad esempio per soprani e tenori il SOL), non farete altro che questo, sollevando il palato molle farete in modo che le vibrazioni prodotte in gola mettano in vibrazione quella che appunto viene identificata "MASCHERA" ovvero cartilagini del naso e zigomi.

Non aspettatevi enormi vibrazioni; sentirete vibrazioni lievi e un suono che schizza in alto da solo, ricco e penetrante, più potente certamente di un normale suono che resti bloccato in gola. Il canto lirico parte da questo punto e con l'aiuto di un vero bravo Maestro, attraverso adattamenti vocalici e cambi di posizione soprattutto mandibolari, sviluppa una totale facilità di emissione sempre più alta e potente sia nelle note più acute che in quelle più basse. 

Il canto lirico è facile, se sentite fatica in gola, muscoli e costrizione nel collo siete sulla strada sbagliata. Il suono dev'essere non troppo largo ma squillante e penetrante, queste caratteristiche lo renderanno naturalmente potente.

Sulla voce in maschera alcuni cantanti che hanno fatto la storia dell'opera italiana hanno scritto cose assai chiare, altre meno semplici, ma tutte assieme aiutano a spiegare come meravigliosamente perfetta sia questo tipo di emissione.

L'importanza del suono proiettato in maschera determina anche la buona riuscita del "famoso passaggio" di registro agli acuti, esattamente come spiegato dal leggendario tenore Aureliano Pertile:

"...Può accadere che, invece di appoggiare più ALLA MASCHERA in maniera che automaticamente il suono si raccolga e arrotondi di per se stesso, lo chiuda, irrigidendo i muscoli del collo e quindi strozzando la gola: in tal modo il FA e il FA DIESIS diventano scuri come il SOL, baritoneggianti, mentre nella colonna vocale (che ha l'appoggio sul diaframma a mezzo del fiato, e l'altro polo di corrispondenza vibrante nella MASCHERA facciale) avviene una strozzatura in corrispondenza della parte posteriore del faringe. È facile comprendere come detta strozzatura dia una forte fatica alle corde vocali; impedisca la libera e facile emissione del suono, e permetta di cantare malamente solo con la gioventù e la forza.
Il cantante diventa rosso, quasi cianotico e salta senza nessuna gradazione dalle note di passaggio alle note così dette chiuse (raccolte al massimo) del registro acuto."

Pertile prosegue spiegando che un suono perfetto nei centri, con relativo accomodamento delle note di passaggio al registro acuto, e conseguente meravigliosa emissione acuta senza sforzo, è l'indice della vera perfezione nel canto:

"La fusione del colore di queste tre note, "Fa, Fa diesis, Sol", emesse con progressivo appoggio alla maschera, costituisce la perfezione canora."

(Citazioni di Pertile tratte da: Domenico Silvestrini - "Aureliano Pertile e il suo metodo di canto" - Bologna, Aldina Editrice, 1932)
"PROGRESSIVO APPOGGIO ALLA MASCHERA", che vuol dire?
In altre parole Pertile spiega le proprie sensazioni vocali, e ci illustra come il suono anche salendo non sia costretto, ma galleggi "appoggiato", "aiutato" da un flusso d'aria che sia capace di levitare alla cosiddetta "VOCE DI TESTA" o voce di zona acuta.

Lasciare la laringe libera di muoversi nel passaggio di registro e negli acuti è la chiave di volta per concquistarli sicuri e sonori, semplicemente sostenendo poco più con il fiato e adattando le posizioni mandibolari a un sistema perfetto.

Il canto lirico è un canto IMPOSTATO, la stessa Luisa Tetrazzini, leggendario soprano capace di essere udita da migliaia di persone all'aperto, ci ha lasciato una bellissima testimonianza sull'impostazione vocale nel canto lirico:

«(...) si è soliti istruire l'allievo a cantare "avanti", "dans le masque" (IN MASCHERA), e così via, ma andrebbe capito con chiarezza che sebbene tali termini siano utili dal punto di vista pratico, ciò nonostante sono solo un "façon de parler" (modo di dire), e un mezzo per istruire l'allievo ad aggiustare ed adattare l'intero apparato vocale, per così dire, nel modo più efficace possibile. (...)
Alcuni fortunati, come me, possiedono voci che sono già perfettamente posizionate per Natura. (...) Tuttavia, nella stragrande maggioranza dei casi la voce dello studente non è naturalmente posizionata in modo da dare i migliori risultati. Vale a dire che con un'istruzione e una formazione adeguate si può ottenere di produrre risultati migliori—suoni più armoniosi, maggior suono, più risonante, e così via - ed è qui che l'assistenza d'un insegnante esperto e capace non ha prezzo.
»
(dal capitolo "Placing the voice" del libro "How to sing" di Luisa Tetrazzini pubblicato nel 1923)
Anche il baritono Titta Ruffo ci parla delle sue sensazioni vocali identificabili proprio con quelle che si definiscono di "suono in maschera":

«(...) credo che uno studente di canto, dopo aver ben piantata la voce nelle fondamenta – cioè dai suoni più gravi fino alle estreme note alte, sempre composta, libera, appoggiata, riunita tutta AL DI SOPRA DEL PALATO, senza contrazioni muscolari (...) possa con l'esercizio riuscir a formare tutti i colori di una tavolozza sonora, ed esprimere così tutti quanti i moti dell'anima in tutte le loro tinte e i chiaroscuri. Certo non è cosa né facile né breve. A perfezionare la voce umana, diceva giustamente uno de' più geniali e dotti artisti, Antonio Cotogni, occorrerebbero due vite: una per studiare, l'altra per cantare.»
(da: Titta Ruffo - "La mia parabola" - Fratelli Treves Editori, 1937) 
 
E anche il tenore Beniamino Gigli insiste sul suono "AVANTI". 

"(Gigli accenna cantando): «Senza cambiare nulla io canto sempre lì» !!! (...) ora la dizione nostra è chiara, è semplice, è così, AVANTI e come la voce nostra noi portiamo sempre, è vero, questa voce, sempre la voce AVANTI"
(Masterclass di Beniamino Gigli a Vienna nel 1955)
Un altro leggendario tenore, Giacomo Lauri Volpi ci insegna:

"Infatti la MASCHERA facciale corrisponde al timbro e il timbro alla maschera. Un timbro chiaro, schietto, armonioso è proprio di chi sa ben respirare e modulare gli armonici (...)
Per MASCHERA non è da intendersi la cavità nasale soltanto. E la risonanza nasale non va identificata col suono nasale."

E poi ancora sul suono su posizioni "alte":
"Per ottenere l'A estetica, tecnica, artistica, sarà sufficiente illuminare la mente con l'idea della "verticalità" del suono."

"(...) Qualunque nota, a qualunque regione appartenga, va collocata in corrispondenza dei seni frontali in modo che, per "simpatia", partecipino alle risonanze anche le cavità etmoidali sfenoidali mascellari nasali. Collocata la prima nota le altre seguiranno sul filo del soffio che produce le meraviglie del "cantar legato" e del "legar cantando". Una sola nota che devii da quel "curriculum" sbanda le ulteriori. E la frase musicale apparirà come un tessuto scucito."
(da: Giacomo Lauri-Volpi - "Misteri della voce umana", 1957)
Anche il soprano Licia Albanese parla della voce in maschera:

"(...) Ma il suono dovrebbe uscire...attraverso la MASCHERA...brillante e vivo. (...) Tutto IN MASCHERA...rotondo...bello...facendo attenzione alla bellezza."
Il tenore Franco Corelli, che studiò per oltre 10 anni con il grande Giacomo Lauri Volpi così ci parla della maschera:

" (...) la cosa importante è che, se si "percepisce" la voce che batte nella MASCHERA, significa che la voce e la gola sono libere. Perché quando la gola è libera, e si permette al fiato di passare con tranquillità, e le corde sono in salute, solo allora la voce batte nella MASCHERA."
 
E naturalmente anche Rosa Ponselle, soprano eccezionale scoperto da Caruso, parla della voce in maschera:
"Cosa ne pensa del posizionamento?"
«Si usa la MASCHERA... AVANTI,» ella rispose. «Si ha la sensazione che la faccia stia per staccarsi.»
- "Per le vibrazioni?"
«Sì.»
- "Lei usava la voce di petto?"
«Solo quando necessario, ma sempre IN MASCHERA
."

(Citazioni tratte da interviste condotte dal basso Jerome Hines, riportata in: J.Hines - "Great Singers on Great Singing", Doubleday, 1982)
Carlo Bergonzi, tenore dal fraseggio eccezionale e dalla vocalità facile e generosa ci parla della voce  IN MASCHERA:
«(...) la voce deve essere sempre coperta e tirata SULLA MASCHERA ricorrendo al fiato, altrimenti il suono non gira. (...)
il canto, quando la voce è a posto, è un divertimento. Non è una fatica! E’ una fatica quando si canta indietro.»
(da un incontro con Carlo Bergonzi - Parma, Casa della Musica, 11 ottobre 2008)
Il tenore Ugo Benelli parla del suono AVANTI:

"Intanto il primo passo è mettere la voce nella "Gnagnera", diciamo lì, anche se sa un po' di naso, non importa, basta che sia IN AVANTI." Perché le gallerie non si scavano tutte assieme, ora sì, si chiama "talpa", ma una volta... la galleria si scava piano piano, l'importante è andare avanti in questa galleria, capisci..."
Straordinaria anche la testimonianza di Virginia Zeani, allieva di Pertile:
"Da un punto di vista tecnico, ecco quel che io chiamo il mio sistema di canto: in italiano diciamo "raccogliere i suoni". Ciò significa che si devono raccogliere le vibrazioni, i "suoni", IN un punto, la MASCHERA, che consente alla voce d'essere brillante quanto più possibile con il minor sforzo possibile"

Quindi cari studenti di canto, vi ricordo ancora una volta:

NON CREDETE a chi vi dice di non respirare o respirare poco, o respirare senza muoversi.
NON CREDETE a chi vi dice di mandare il suono indietro, nel muro, nella nuca o nel "cappello del mago" (...)
NON CREDETE a chi vi dice di cantare infilandovi oggetti o pugni nella bocca.
NON CREDETE a chi vi dice che la maschera sia inutile.
NON CREDETE a chi vi dice scrive senza essere capace di fare esempi chiari.
NON CREDETE a chi vi dice che per imparare a cantare servano decine di anni.

Per dirla molto semplicemente trovo sia splendida la frase pronunciata da Birgit Nilsson che insegna come produrre la voce in maschera
"PIU' LEGGERO, PIU' AVANTI, PIU' NELLA "MASCHERA", TROPPA GOLA"


Non è una voce lirica quella che è povera d'armonici,
che non ha squillo, che non corre,
non è proiettata e quando l'emissione
non è pulita, limpida, ma sfocata, opaca, 
velata, con l'aria in mezzo alle corde, ingolata ed afonoide.

Al contrario, è voce lirica quella che viene mantenuta dal cantante
sempre ben "a fuoco"
in tutte le dinamiche dal Pianissimo al Fortissimo.

Come approfondimento dell'argomento si suggerisce la lettura dell'articolo: "LA VERITA' DELLA MASCHERA SPIEGATA DAL TENORE AURELIANO PERTILE"



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