sabato 28 ottobre 2023

Bellini sull'esecuzione della musica fatta non a metronomo, ma seguendo con flessibilità i cantanti


BELLINI: "TI SIA DI REGOLA DI NON ATTACCARTI SERVILMENTE (al 'Metronomo' indicato); STRINGI ED ALLARGA TEMPI SECONDO LO VORRA' LA VOCE DEI CANTANTI"!!!

Mio caro Florimo,
Senti ora i cambiamenti che ho fatti per la Malibran. (...) Lo spartito ti verrà marcato col "métronome", ma ti sia di regola di non attaccarti servilmente; stringi ed allarga tempi secondo lo vorrà la voce dei cantanti e l'effetto dei cori, infine fa' come ti piace per trovar l'effetto d'ogni pezzo, se il tempo marcato lo rende o troppo veloce o troppo languido. Si trova nell'introduzione un motivo eseguito da quattro corni a tempo 6/8, che ha in mezzo qualche battuta di nota a 3/4. Ora per rendere più grandioso il motivo, vedi che il motivo stesso ti porta a slargare queste battute poco poco, ma solo quelle e in un grado solo impercettibile.
Tu lo proverai al pianoforte, e vedrai che, per esprimere un suono maestoso e come si sentisse venire dal centro delle nuvole, quelle tre note d'ogni battuta a 3/4 vogliono essere affrettate. Il resto pei tempi è regolare e tu hai intendimento bastante per colpirne il giusto. Ho scritto al Principe di Ottajano che per
non guastare un terzetto nel primo atto, che qui alle prove fa molto effetto, dovrebbe persuadere la signora Merola a prendere la parte della regina Enrichetta di Francia. Il quartettino nell'introduzione, come quattro sole voci sono poche per cantare da dentro, così gli ho scritto di raddoppiarne le parti, come qui si farà; cioè soprani M.me Malibran e M.me Duprez, tenori Duprez e Pedrazzi, primi bassi Porto e Coletti, bassi profondi Benedetti e Crespi. Qui tal quartetto verrà accompagnato da un organo di nuova invenzione, che è armoniosissimo e dolce, che si suona con grandissima espressione, essendo fatto ad uso delle piccole filarmoniche; ma io per Napoli lo mando istrumentato con due corni, due clarinetti, due fagotti; facendo però raddoppiare il fagotto secondo da un controfagotto può più sostenere l'armonia, che dev'essere dolcissima e nudrita. Fate preparare una campana in "fa", che servirà e per questo quartetto e pel finale del primo atto, quando dovrà suonare a stormo, ec., come vedrai dalla partizione. Dove sarà marcato i W, viole e violoncelli con le sordine, bisogna che tutti i professori la mettano, perchè non è per ricavare un "piano" come si crede in qualche teatro d'Italia che la sordina si mette, ma per averne un suono nasale e lontano. Dunque non cedere su questo e guarda bene che tutti la mettano. Un solo professore che non l'avrà, guasterà l'effetto del pezzo. Le sordine entrano nell'introduzione, in un tre quarti del primo atto che ripete il motivo del pezzo brillante, che ho fatto per la Malibran e nel largo della scena di questa, ec. Dunque ne sii prevenuto. Bisogna che abbi cura per l'esecuzione de' corni in orchestra e sul teatro; poiché Gallemberg mi dice non essere tanto forti, e la mia opera è piena di effetti appoggiati a tale istrumento che qui si suona mirabilmente. Inutile che ti raccomandi i cori, in particolare nel primo atto, che bisognano di forza e d'azione. Tu mi dici che sono buoni, quindi non dubito dell'esecuzione. Ti sia anche di prevenzione che tanto gli strumenti da fiato come i W bassi quando hanno marcato "pp" non lascino di dare espressione, e che il colorito l'abbia ancora come il forte il piano, e che tal colorito sia ben marcato da far spiccare qualunque motivo "pp". Mi sono spiegato? (...)
Va', che andrà tutto bene. Qui il primo atto, finora provato a pianoforte, dà molte speranze: non v'è pezzo che non faccia effetto, è chiaro chiaro come la musica più facile, mentre non è; e specialmente col finale del primo atto perderai la testa per l'insieme; ma che i cori mettano tutta la forza nella stretta, ed il colorito di tale stretta per i cori e cantanti dev'essere come quella che le due donne mettono nella stretta dei "Capuleti", con la diversità che qui deve essere eseguita con la più feroce espressione che possa darsi, per esempio come "Guerra guerra" nella "Norma". Quando arriverai alla fine della seconda volta della stretta, incalza sempre il tempo e la forza. La Malibran farà il resto col gioco della scena. Oh come mi addolora il non poter venire io! Ma, che vuoi?, si sono ridotti che chi sa se anche verso il 15 andrò in iscena. (...)
Quanto mi ricorderò, quanto sperimenterò, facendo le prove, te lo scriverò subito. Ricordati però sempre di non stare servilmente a quanto ti potrò dire, ma cerca sempre l'effetto, quando mancherà nei miei avvisi, e tu e la Malibran e Cottrau siete soggetti tali da non ingannarvi. Domani, che ne avremo 22, ti finirò questa lettera, dopo aver letta quella che m'invia la Società, donde vedrò se converrà inviare il contratto firmato. Tutto consulterò e regolerò col Conte di Gallemberg, che mi mostra molto interesse. Io però spero che cotesti signori saranno contenti e non ne nasceranno disgusti, se la partizione giungerà a Napoli col vapore che lascia Marsiglia il 10 gennaio. (...)
Non venendo io, avea proposto di consegnare la partizione alla persona che mi sarebbe indicata qui a Parigi, precisamente il giorno 1° gennaio. Ma ora mi si vuol dare la responsabilità dell'invio non solo, ma che tale partizione giunga il 12 gennaio, primo atto... Quindi se anche io spedissi tale musica da Parigi perchè giunga per l'epoca voluta, e la disgrazia volesse che un vapore incontrasse un cattivo tempo, ritardando così il suo arrivo in Napoli, sarei io che ne pagherei la pena, ec. Ora, per fargli vedere che dalla mia parte non mancherò a quanto ho promesso, compirò il lavoro del travolgimento di tutto lo spartito, pagherò tutte le spese pesantissime che vi sono, e, se alla fine la Società non sarà contenta di tutti i miei sforzi col rifiutare di riceversi i "Puritani", intendo tutte queste trattative per non avvenute, e resteremo sciolti da ambe le parti; poichè per le due opere nuove allora tratterò diversamente. Io ho pensato di rimettere la partizione a Mons. François Falconet, per mezzo del suo corrispondente, per subito rimetterla a te, e tu consegnarla alla Società; e se questa se la riceverà, ti deve nello stesso tempo pagare i tremila ducati, che tu terrai presso un sicuro banchiere sino a mio avviso; diversamente terrai presso di te lo spartito, senza farlo vedere ad anima vivente; chè io penso darlo con la Malibran a Milano, non combinando con Napoli. Già io credo che, se la musica giungerà verso il 16 gennaio, tutta intera la Società, toltine cavilli, se la riceverà, e ne sarà contenta. Addio dunque, ti accludo la lettera per la Malibran, aperta per regolarti. Dille che curi ella stessa le parti ai cantanti, e gli infonda un poco del suo genio angelico. (...)

(da una lettera di Vincenzo Bellini a Florimo - Parigi, 21 dicembre 1834)

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L'ultima opera di Bellini, "I PURITANI", debuttò al 'Théâtre de la comédie italienne' di Parigi il 24 gennaio del 1835, con esito trionfale.

Bellini poteva così scrivere a Francesco Florimo: «Mi trovo all'apice del contento! Sabato sera è stata la prima rappresentazione dei Puritani: ha fatto furore, che ancora ne sono io stesso sbalordito… Il gaio, il tristo, il robusto dei pezzi, tutto è stato marcato dagli applausi, e che applausi, che applausi».

Il cast era davvero eccezionale per l'epoca: Giovanni Battista Rubini (Arturo), Giulia Grisi (Elvira), Antonio Tamburini (Riccardo) e Luigi Lablache (Giorgio).

 



mercoledì 11 ottobre 2023

Il "buon cantante valente interprete dei concetti del Maestro compositore" secondo Gioacchino Rossini

Parere musicale di Gioacchino Rossini sul "buon cantante valente 'interprete' dei concetti del Maestro compositore" - 1851

Cantante "creatore" e strumentista "interprete" o Cantante "interprete" e strumentista "esecutore"?

ECCO IL PARERE DI ROSSINI STESSO: «...il buon cantante per bene adempiere la sua parte altro non dee essere che un valente "interprete" dei concetti del Maestro compositore, cercando di esprimerli con tutta l'efficacia e mettendoli in tutta quella luce di cui sono suscettivi.

 

I suonatori poi altro non debbono essere che accurati "esecutori" di ciò che trovano scritto. In fine il Maestro, ed il Poeta sono i soli veri "creatori". Qualche abile cantante suole talvolta sfoggiare in ornamenti accessorii; e se ciò vuol dirsi creazione, dicasi pure; ma non di rado accade che questa creazione riesca infelice, guastando ben di sovente i pensieri del Maestro, e togliendo loro quella semplicità di espressione che dovrebbero avere. 

I francesi usano la frase — "Creèr un Role" — ed è un francesismo vanitoso, il quale suol attribuirsi a quei cantanti che pei primi eseguiscono qualche primaria parte in un'Opera nuova; volendo con ciò indicare ch'Essi si fanno quasi l'Esemplare da imitarsi poscia dagli altri cantanti che in seguito venissero chiamati ad eseguire la parte istessa. Anche qui per altro la parola "creare" sembra poco propria; giacchè se creare vuol dire "cavar dal nulla", il cantante invece allora opera certamente sopra qualche cosa, cioè sopra la Poesia e sopra la Musica, che non sono sua creazione.»

 

(da una lettera di Gioacchino Rossini a Ferdinando Guidicini del 12 febbraio 1851, riportata in: "PARERE MUSICALE DEL CELEBRE CAV. MAESTRO GIOACCHINO ROSSINI" DATO IL 12 MAGGIO 1851 E RESO ALLE STAMPE DA FERDINANDO GUIDICINI - Bologna, Tipi Fava e Garagnani, 1867) 

 

Lettera rossiniana sul Buon cantante valente "interprete" (12 febbraio 1851)



Ecco alcuni esempi 'modello', nell'interpretazione rossiniana:

SOPRANO



MEZZOSOPRANO




CONTRALTO 

 


 


TENORE





BARITONO





BASSO





Do di petto o Do di testa? - Ecco il pensiero di Rossini e l'interpretazione di Lauri-Volpi


- "DO di petto" o "DO di testa"? -

Era il tempo (1837), in cui i dilettanti parigini accorrevano, curiosi, all'Opéra per applaudire il famoso 'do di petto', che il tenore Duprez faceva sentire nel "Guglielmo Tell". Il "Suivez-moi" eccitava ogni sera esplosioni di frenetica ammirazione, mentre passavano inosservate certe meravigliose scene dell'opera. (Il pubblico è stato e sarà sempre lo stesso "profanum vulgus" in ogni paese!) Il Rossini non poteva soffrire quei "gridi di disperazione", com'egli soleva chiamarli.

«Questa nota» — diceva — «fa raramente buon effetto all'orecchio. I tenori possono evitare a sè stessi uno sputo di sangue ed al pubblico il laceramento del timpano, sostituendo un 'do di testa', modesto ma chiaro. Il tenore Duprez fu il primo a "frizionare" gli orecchi dei Parigini con quel DO di petto, a cui io non ho mai pensato. Il Nourrit si contentava di un DO di testa, ed è quello che ci vuole.
Quando, nel mio passaggio a Parigi, nel 1837, proprio dopo il clamoroso debutto del Duprez in quest'opera, il focoso tenore m'invitò ad andare a sentirlo all'Opéra, "Venite piuttosto a casa mia!" — gli risposi. — "Farete sentire il vostro DO a me solo ed io ne sarò molto lusingato". Abitavo allora in casa del mio amico Troupenas. Il Duprez si affrettò a venire ed in presenza del Troupenas mi cantò magnificamente, devo confessarlo, molti frammenti della mia opera; ma all'avvicinarsi del "Suivez-moi", provai lo stesso ansioso malessere, che sentono certe persone al momento previsto di un colpo di cannone. Alla fine esplose il famoso DO. Corpo di bacco! Che fracasso! mi levai dal piano e mi diressi in fretta verso una vetrina piena di bicchieri di Venezia delicatissimi, che ornavano la sala del Troupenas.

"Non si è rotto nulla!" — gridai — "Pare incredibile!".

Il tenore sembrò soddisfatto della mia esclamazione, che prese per un complimento alla mia maniera.

"Allora, Maestro, il mio DO vi piace? Ditemelo sinceramente...".

"Sinceramente, ciò che più mi piace nel vostro DO è 'ch'è passato' ed io non corro il rischio di risentirlo. Non amo punto gli effetti contro natura, e questo DO, col suo timbro stridente, urta il mio orecchio italiano, come il grido di un cappone che si sgozza. Voi siete un grandissimo artista, un vero nuovo creatore della parte di Arnoldo: perchè, dunque, abbassarvi ad usare un simile espediente?".

"Egli'è" — replicò il Duprez — "che gli abbonati dell'Opéra vi sono ormai abituati: questo DO è il mio gran successo...".

"Se è così, ne volete uno più grande ancora? Sparatene due!".»

L'esempio del Duprez portò gravi conseguenze. Dopo il suo successo, tutti i tenori vollero emettere quel DO di petto, che assicurava l'applauso fragoroso degli spettatori, ed in tal modo cominciò a sostituirsi il 'grido' al canto e si corruppe il gusto.
Più tardi si ricorse al DO DIESIS di petto.

«Quel mattacchione di Tamberlick» — continua il Maestro — «nel suo fervore di superare il DO di Duprez, ha inventato il DO DIESIS di petto e me l'ha appioppato al finale dell' "Otello", dove io ho scritto un LA. Lanciato a pieni polmoni, credevo che questo LA fosse abbastanza feroce per soddisfare abbondantemente l'amor proprio dei tenori di tutti i tempi; ma ecco che Tamberlick me l'ha trasformato in DO DIESIS, e tutti gli "snobs" vanno in delirio.»

Una sera che si faceva musica in casa Rossini, il domestico venne ad annunziare: "il signor Tamberlick"!

"Fatelo entrare" — disse il Maestro —. Poi ripigliandosi: "Ditegli però che lasci il DO DIESIS all'attaccapanni. Lo riprenderà nell'uscire".

(aneddoto n.54, da: "ANEDDOTI ROSSINIANI AUTENTICI", raccolti da Giuseppe Radiciotti - Roma, 1929)

[Nell'immagine, sopra riportata: Bozzetti di Eugène Du Faget per i costumi della produzione originale del 1829 di 'Guillaume Tell'; in centro, Adolphe Nourrit (Arnold), con Laure Cinti-Damoreau (Mathilde), a sinistra, e Nicolas Levasseur (Walter), a destra.]

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Chi ha compreso perfettamente il discorso "rossiniano" è stato Giacomo Lauri-Volpi il quale ha dato prova di realizzare una interpretazione unica e irraggiungibile per perfezione tecnica e stilistica nella parte di Arnold, cantando magnificamente il ruolo completo (in lingua italiana) sia in Italia, alla Scala di Milano, che all'estero (Metropolitan)!


Ecco la spiegazione in dettaglio, data dallo stesso Lauri-Volpi: 

«All'inizio dell'800 si verificò una specie di rivoluzione nell'uso della voce umana cantata. Ai sopranisti succedettero, sulla scena lirica, i T. per i quali i famosi compositori cominciarono a scrivere parti impegnative e rischiose che non si limitavano al canto spianato, ma esigevano vocalizzi, abbellimenti, cadenze, filature, falsetti inverosimili, per i quali venne in voga il cosiddetto "belcanto", appunto per gli abbellimenti e per i virtuosismi che comportava. Simile scuola esigeva l'educazione della laringe, educazione che si protraeva per sei o sette anni di studi severi e faticosi. Rossini gettò le basi di questa scuola, ma si preoccupò di non lasciare all'arbitrio dei cantanti le cadenze e di non permettere ai tenori (Tamberlick e Duprez) di lanciare i do acuti (cosiddetti "di petto") a squarciagola, senza cioè giovarsi delle risonanze superiori o cervicali (dette note "di testa"), da non confondersi con il falsetto, l'uso del quale andò via via scemando fino a scomparire con l'avvento della mezza voce tenorile. La quale costituì la letizia dei teatri d'opera nella seconda metà dell'800.»

[dalla voce enciclopedica "TENORE" scritta dal tenore Giacomo Lauri-Volpi per l'Enciclopedia della Musica, Ricordi 1964] 


Per approfondimenti, si rimanda a questi interessanti articoli:

https://lauri-volpi-tecnicavocale.blogspot.com/2017/02/lavvento-della-voce-tenorile-nel.html

https://lauri-volpi-tecnicavocale.blogspot.com/2015/10/lauri-volpi-e-il-bel-canto-secondo.html

http://lauri-volpi-tecnicavocale.blogspot.com/2016/10/che-cose-il-belcanto-di-giacomo-lauri.html